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L'editoriale dell'Elefantino

Perché oggi il fascismo degli antifascisti è un problema europeo

Giuliano Ferrara

In Francia, come in Italia, l’estrema destra si trova di fronte una destra che si istituzionalizza. L’estrema sinistra invece, anche quella violenta e linciatoria, con il suo legame di ferro con Mélenchon si considera a un passo dalla conquista del potere

Il “fascismo degli antifascisti” è un paradosso etico e politico, pasoliniano e pannelliano, è negli scritti corsari dell’uno e nei discorsi corsari dell’altro, è un motto di oltre mezzo secolo fa. Sabato scorso a Rennes un tipico “me ne frego” fascista è risuonato in una manifestazione di amici di Mélenchon, protettore di una milizia squadrista appena reduce dal linciaggio di un giovane lionese, Quentin Deranque. Hanno sputazzato il morto e incoraggiato i suoi assassini a perseverare nel nome della Repubblica, della liberà, dell’eguaglianza e della fraternità. Nel pomeriggio invece, a Lione, alcune migliaia di persone si sono riunite compostamente in piazza Jean Jaurès e hanno sfilato fino al luogo del linciaggio antifa sotto l’insegna “Justice pour Quentin”, inquadrati da un servizio d’ordine impeccabile e da tre squadroni della Compagnia Repubblicana di Sicurezza, i Crs. Tra loro c’erano anche squalidi negazionisti, antisemiti di vecchio conio pétainista, nazionalisti estremisti e qualche neonazi più o meno dissimulato.

      

L’omaggio della droite estrema al martire di strada era temuto, era oggetto di esorcismi e invocazioni al divieto da parte di una gauche grottesca, compresi i capi delle sue milizie, ma il corteo ha proceduto sereno, con giovani, femministe identitarie o di destra, famiglie, gente comune e normale, fino al luogo del linciaggio. Sono stato incollato alla televisione francese per due ore e mezzo, ho fatto attenzione a ogni fotogramma in movimento, e a sorpresa mi sono ritrovato, razionalmente e emozionalmente, dalla parte dei fascisti che recitavano bene, in modo convinto, con un omaggio nazional-cristiano e tradizionalista, compresi i canti pasquali prima della Marsigliese, nel ruolo degli antifascisti. Certe profezie politiche meritano di essere ricordate a caldo, tanti anni dopo. 

           

Meloni è stata l’unica, nelle classi dirigenti diffuse, a ricordare che quello che era successo a Lione, la mobilitazione di milizie politiche protette da una sezione gauchista delle istituzioni e il linciaggio di un nemico di ventitré anni, “è un problema europeo”. Ne ha avuto in cambio una risposta stizzita dell’Eliseo contro l’intrusione, un Eliseo non altrettanto attento a censurare le interferenze politiche quando la destra italiana, alleata con il centro, aveva vinto le elezioni politiche (lì fu il turno di Mattarella per rintuzzare). Pazienza. Ma a guardare i fatti in Francia e in Italia emerge una asimmetria che vale la pena menzionare. Il gioco perbenista diffuso è mettere sullo stesso piano estrema destra e estrema sinistra. Il problema è che l’estrema destra si trova di fronte, in misura diversa e in forme analoghe, una destra che si istituzionalizza, taglia le relazioni pericolose del passato, si sforza di elaborare una piattaforma politica e una cultura adatte al governo dei grandi paesi occidentali di antica democrazia, il cosiddetto mainstream italiano o la dédiabolisation francese del Rassemblement national di Le Pen e Bardella, mentre l’estrema sinistra, anche quella violenta e linciatoria, in particolare ma non solo nella scena francese, dove il legame con il partito di Mélenchon è un legame di ferro, si considera ed è forse a un passo dalla conquista del potere. I margini di Mélenchon, con la sua bolsa retorica e le sue compromissioni morali e politiche, si sono probabilmente assottigliati dopo lo scandalo del suo deputato fondatore dell’organizzazione militante alla quale risalgono le responsabilità evidenti nel pestaggio a morte di Quentin Deranque, ma fino a ieri era un credibile candidato per il secondo turno a succedere a Emmanuel Macron. E questo è un superproblema europeo, parrebbe.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.