Foto Ap, via LaPresse
L'editoriale dell'Elefantino
Perché oggi il fascismo degli antifascisti è un problema europeo
In Francia, come in Italia, l’estrema destra si trova di fronte una destra che si istituzionalizza. L’estrema sinistra invece, anche quella violenta e linciatoria, con il suo legame di ferro con Mélenchon si considera a un passo dalla conquista del potere
Il “fascismo degli antifascisti” è un paradosso etico e politico, pasoliniano e pannelliano, è negli scritti corsari dell’uno e nei discorsi corsari dell’altro, è un motto di oltre mezzo secolo fa. Sabato scorso a Rennes un tipico “me ne frego” fascista è risuonato in una manifestazione di amici di Mélenchon, protettore di una milizia squadrista appena reduce dal linciaggio di un giovane lionese, Quentin Deranque. Hanno sputazzato il morto e incoraggiato i suoi assassini a perseverare nel nome della Repubblica, della liberà, dell’eguaglianza e della fraternità. Nel pomeriggio invece, a Lione, alcune migliaia di persone si sono riunite compostamente in piazza Jean Jaurès e hanno sfilato fino al luogo del linciaggio antifa sotto l’insegna “Justice pour Quentin”, inquadrati da un servizio d’ordine impeccabile e da tre squadroni della Compagnia Repubblicana di Sicurezza, i Crs. Tra loro c’erano anche squalidi negazionisti, antisemiti di vecchio conio pétainista, nazionalisti estremisti e qualche neonazi più o meno dissimulato.
L’omaggio della droite estrema al martire di strada era temuto, era oggetto di esorcismi e invocazioni al divieto da parte di una gauche grottesca, compresi i capi delle sue milizie, ma il corteo ha proceduto sereno, con giovani, femministe identitarie o di destra, famiglie, gente comune e normale, fino al luogo del linciaggio. Sono stato incollato alla televisione francese per due ore e mezzo, ho fatto attenzione a ogni fotogramma in movimento, e a sorpresa mi sono ritrovato, razionalmente e emozionalmente, dalla parte dei fascisti che recitavano bene, in modo convinto, con un omaggio nazional-cristiano e tradizionalista, compresi i canti pasquali prima della Marsigliese, nel ruolo degli antifascisti. Certe profezie politiche meritano di essere ricordate a caldo, tanti anni dopo.
Meloni è stata l’unica, nelle classi dirigenti diffuse, a ricordare che quello che era successo a Lione, la mobilitazione di milizie politiche protette da una sezione gauchista delle istituzioni e il linciaggio di un nemico di ventitré anni, “è un problema europeo”. Ne ha avuto in cambio una risposta stizzita dell’Eliseo contro l’intrusione, un Eliseo non altrettanto attento a censurare le interferenze politiche quando la destra italiana, alleata con il centro, aveva vinto le elezioni politiche (lì fu il turno di Mattarella per rintuzzare). Pazienza. Ma a guardare i fatti in Francia e in Italia emerge una asimmetria che vale la pena menzionare. Il gioco perbenista diffuso è mettere sullo stesso piano estrema destra e estrema sinistra. Il problema è che l’estrema destra si trova di fronte, in misura diversa e in forme analoghe, una destra che si istituzionalizza, taglia le relazioni pericolose del passato, si sforza di elaborare una piattaforma politica e una cultura adatte al governo dei grandi paesi occidentali di antica democrazia, il cosiddetto mainstream italiano o la dédiabolisation francese del Rassemblement national di Le Pen e Bardella, mentre l’estrema sinistra, anche quella violenta e linciatoria, in particolare ma non solo nella scena francese, dove il legame con il partito di Mélenchon è un legame di ferro, si considera ed è forse a un passo dalla conquista del potere. I margini di Mélenchon, con la sua bolsa retorica e le sue compromissioni morali e politiche, si sono probabilmente assottigliati dopo lo scandalo del suo deputato fondatore dell’organizzazione militante alla quale risalgono le responsabilità evidenti nel pestaggio a morte di Quentin Deranque, ma fino a ieri era un credibile candidato per il secondo turno a succedere a Emmanuel Macron. E questo è un superproblema europeo, parrebbe.