L'attacco all'Iran secondo Israele. Le condizioni e gli obiettivi

Fiammetta Martegani

A Ginevra nessun passo avanti su arricchimento dell’uranio, repressione e rete dei proxy. Il Pentagono studia scenari d’attacco, con il possibile coinvolgimento di Tel Aviv. Le voci degli analisti israeliani esperti nei rapporti strategici con gli Stati Uniti

Tel Aviv. Mentre l’altro ieri  alla Casa Bianca veniva inaugurato l’inizio dei lavori per il “Board of Peace”, il comitato internazionale che dovrebbe delineare e garantire la ricostruzione strutturale e politica della Striscia di Gaza, rimangono ancora criptiche le posizioni di Washington nei confronti di un possibile attacco a Teheran, dove il regime non ha provato a spostare di un millimetro le proprie posizioni negoziali. Né riguardo all’accordo sul nucleare, obiettivo cruciale per l’attuale Amministrazione americana, tanto meno riguardo alla rinuncia al riarmo di missili balistici, questione di portata esistenziale per Israele. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista al programma dell’emittente americana Msnbc “Morning Joe”, ha sostenuto che i due negoziatori di Trump, Jared Kushner e Steven Witkoff, non avrebbero chiesto come condizione di fermare l’arricchimento dell’uranio. L’attesa ora riguarda la presentazione di una bozza di accordo entro i prossimi giorni alle controparti americane, dato a Ginevra le tre questioni principali oltre al nucleare – i missili balistici, la rete di proxy regionale e l’uccisione dei manifestanti iraniani da parte del regime – non sembrano nemmeno aver raggiunto il tavolo dei negoziati.


Questa posizione di stallo, dunque, potrebbe portare il Pentagono a optare per un intervento militare che, verosimilmente, implicherebbe anche la partecipazione di Israele. Il Foglio si è confrontato con alcuni analisti israeliani esperti nei rapporti strategici con gli Stati Uniti. Secondo Helit Barel, ex funzionaria del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano, esperta nei rapporti con Washington, oltre agli interessi nazionali dei due principali paesi coinvolti, ci troviamo anche davanti a uno scontro, di tipo personale, tra i leader di due visioni del mondo opposte: “Da un lato Donald Trump vuole passare alla storia come colui che ha portato la pace in medio oriente e, per far questo, potrebbe essere, prima, necessaria una guerra. Dall’altro Ali Khamenei vuole essere ricordato proprio come l’uomo che ha fatto di tutto, pur mettendo in pericolo la vita del suo stesso popolo, per ostacolare l’egemonia occidentale sulla regione. Fino a oggi, includendo lo stesso incontro con il Board of Peace, gli Stati Uniti si sono impegnati in tutti modi nel portare avanti la via diplomatica: America First, anche perché l’Amministrazione Trump è ben consapevole di quale sarebbe l’enorme costo per la nazione, sia in termini economici sia politici, tanto che il 77 per cento degli americani si dichiara contrario all’intervento militare. Tuttavia, se da parte di Teheran non si mostra alcuna apertura, Washington si troverà inevitabilmente costretta a intervenire”.


Una delle questioni principali che ci si pone – anche alla luce del Ramadan che è cominciato il 17 febbraio e terminerà il 19 marzo – è perché mai, specie nel corso di una festività così importante per tutto l’islam, Khamenei preferisca lo scontro miliare, piuttosto che scendere ai patti con la diplomazia. Come sottolinea Asher Fredman, direttore esecutivo del Misgav Institute for National Security,  esperto degli Accordi di Abramo e di cooperazione regionale, la chiusura ermetica da parte dell’ayatollah è soprattutto di tipo simbolico: “Anche se, messi alle strette, gli ayatollah saranno costretti a sedersi ai tavoli delle negoziazioni, dal punto di vista sciita è fondamentale, fino all’ultimo, mostrarsi irremovibili. Fino a quando non verranno, fisicamente, rimossi. Questo scontro è, prima ancora che militare, culturale, ed è anche l’unico che può spianare la strada, al popolo iraniano, per un vero regime change”.


Per Shmuel Rosner, senior analist al Jewish People Policy Institute, considerato uno dei maggiori esperti nei rapporti America-Israele, “se lo scopo di Israele è quello di eliminare la minaccia balistica, l’intervento militare potrebbe essere, con buone probabilità, relativamente veloce. Ma se lo scopo degli Stati Uniti è quello di portare a termine il cambio di regime questa prima, breve, campagna militare potrebbe essere solo il preludio di un ben più lungo investimento di risorse umane, boots on the ground, per la conquista del ‘Santo Sepolcro’ che è ciò che rappresenta il regime change. Se questo è il vero obiettivo, anche se non dichiarato, l’intervento militare risulta la condizione, se non sufficiente, sicuramente necessaria, per preparare le condizioni indispensabili, per il popolo iraniano, per porre fine a cinquanta anni di dittatura”.
 

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