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editoriali
Il reset trumpiano della Nato
L’idea di un’Alleanza larga fondata sui valori è morta. Le minacce al “buy european”
Non tutte le missioni possono essere una proprietà, ha detto dieci giorni fa il sottosegretario del Pentagono Elbridge Colby durante la riunione dei ministri della Difesa della Nato che si è tenuta a Bruxelles: era un modo per dire quello che, secondo un’esclusiva di Politico, che cita quattro diplomatici in forma anonima, a Washington viene definito “un ripristino delle impostazioni di fabbrica” dell’Alleanza atlantica. In sostanza, quando Colby parla di una “Nato 3.0” non intende un rilancio, una riforma, un adattamento a tempi molto diversi rispetto a quando l’Alleanza fu fondata, ma si riferisce soltanto a un suo ridimensionamento.
L’Amministrazione Trump non vuole uscire dalla Nato (o almeno così sembra), ma vuole che sia sostenuta dai soldi degli europei e vuole che abbia obiettivi geografici e strategici ridotti. Non tollera l’estrema democraticità dell’Alleanza, dove le decisioni si prendono all’unanimità e gli aspetti operativi si discutono, non si adattano alla politica. Washington sta facendo in modo che la Nato tagli le sue attività esterne alle impostazioni di fabbrica, scrive Politico, inclusa la missione in Iraq, e precisa: “Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno anche fatto pressione per ridurre l’operazione di peacekeeping della Nato in Kosovo e per evitare che l’Ucraina e gli alleati dell’Indo-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del sud) partecipino formalmente al vertice annuale dell’Alleanza, a luglio ad Ankara”.
Il disimpegno americano è concreto già sotto molti aspetti, e c’è un’innegabile specificità europea in questo, come dimostrano le minacce di ritorsione, sempre riportate da Politico, del Pentagono contro Bruxelles per il “buy european” sulle armi, che danneggia l’industria americana. L’idea di una Nato larga, capace di unire non solo i paesi dell’area euroatlantica ma pure quelli asiatici in un’alleanza che è militare e anche valoriale, è morta con l’Amministrazione Trump. Per l’ingresso dell’Ucraina poi, nemmeno a parlarne, e sì che siamo arrivati a un punto in cui conviene più alla Nato avere un partner come Kyiv che viceversa.
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