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Il caso

Lo spyware Pegasus e il ricatto silenzioso che ha piegato Madrid a Rabat

Marcello Sacco

Dopo che nel 2021 le spie marocchine hanno agganciato con lo spyware i telefoni di Sánchez e Grande-Marlaska, il governo spagnolo non solo ha stanziato 30 milioni di euro in aiuti alla polizia marocchina, ma ha iniziato a sostenere il piano di autonomia di Mohammed VI contro i ribelli

Nel 2021, con il mondo tenuto ancora sotto schiaffo dalla pandemia, la Spagna accolse e curò un anziano signore africano malato di Covid–19, Brahim Ghali, di nazionalità anche spagnola (riconosciutagli nel 2004 in quanto nato nel vecchio Sahara spagnolo). Sebbene ricoverato sotto falso nome, la notizia si venne a sapere e scatenò l’ira del re del Marocco. Ghali, infatti, è il leader del Fronte Polisario, ossia gli indipendentisti sahrawi che non riconoscono la sovranità di Rabat sulla loro terra. In un paio di giorni, fra il 17 e il 18 maggio di quell’anno, il re marocchino Mohammed VI mostrò la fragilità della frontiera meridionale d’Europa lasciando passare circa 12 mila migranti, molti dei quali minorenni, che a piedi o a nuoto raggiunsero facilmente le città di Ceuta e Melilla.

 

Il 18 maggio il premier Pedro Sánchez e il suo ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, si precipitano a Ceuta. Secondo gli esperti consultati dal giornale digitale The Objective (tra i media spagnoli quello che più si sta dedicando alla ricostruzione di quei fatti), in quel momento le spie marocchine riescono a identificare i terminali utilizzati da Sánchez, Marlaska e altri stretti collaboratori. Il resto è storia più o meno nota. Il telefono del premier spagnolo e del ministro vengono agganciati e spiati con il famoso spyware Pegasus, sviluppato dal gruppo israeliano Nso, esperto nella tecnica “zero click”, che ti infetta senza “scatto alla risposta” e senza nemmeno il bisogno che “l’attenzionato” apra un link malevolo. Quando a Madrid se ne accorgono iniziano riunioni frenetiche, prima con gli israeliani, poi incontri trilaterali con le autorità marocchine fra Malaga e Marrakesh. Il tutto all’oscuro dell’opinione pubblica spagnola. Il governo rivelerà la faccenda solo un anno più tardi, a maggio 2022, dopo lo scandalo suscitato da un laboratorio dell’Università di Toronto che un mese prima aveva rivelato come i servizi segreti spagnoli avessero spiato 67 leader indipendentisti catalani, sempre attraverso Pegasus (siamo ancora lontani dai recenti boicottaggi di Madrid all’industria israeliana).

 

Nel frattempo, il governo spagnolo ha preso una serie di misure sorprendentemente favorevoli al Marocco. Per cominciare, il ministro Marlaska stanzia 30 milioni di euro in aiuti alla polizia marocchina per il controllo delle frontiere. Ma soprattutto arriva, nel marzo 2022, la lettera di Sánchez al re Mohammed VI. La missiva (siamo pur sempre dalle parti di Casablanca) segna l’inizio di una “beautiful friendship”. Madrid abbandona l’usuale neutralità sul Sahara Occidentale e passa a sostenere ufficialmente il piano di autonomia che Rabat ha pronto dal 2007 per la regione dei ribelli guidati da quel Brahim Ghali, finito in un ospedale spagnolo un anno prima. Per Madrid è “la base più seria, realistica e credibile per risolvere la contesa”, come si legge nella dichiarazione congiunta firmata il 7 aprile 2022.

 

Indipendentemente dalla serietà e credibilità del piano di Rabat – che dice di ispirarsi proprio al modello autonomico spagnolo e il 31 ottobre scorso ha incassato (irritando l’Algeria) un’importante risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, in cui si invitano le parti a condurre negoziati sulla base di quella proposta – resta sempre il dubbio su cosa abbiano mai trovato le spie marocchine nei telefoni degli artefici di questa storica svolta diplomatica della Spagna. La giustizia spagnola in questi anni ha indagato anche presso le autorità israeliane, ma Tel Aviv, molto attiva nei colloqui con il Marocco, non è stata altrettanto solerte nel rispondere alle rogatorie dei magistrati. Per Sánchez è forse una delle più pericolose fra le sue tante relazioni politiche, quella che più offende i suoi partner di estrema sinistra. Durante l’ultimo vertice bilaterale di alto livello, a dicembre, la vicepremier Yolanda Díaz postava sdolcinate poesie sahrawi nelle reti sociali promettendo che non avrebbero ceduto un centimetro della patria di quel popolo. Gli adulti però erano nell’altra stanza.

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