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Mai fidarsi della Cina: l'hackeraggio contro la Digos e la trappola in cui è caduto Piantedosi

Redazione

Un attacco informatico ha sottratto al ministero dell'Interno importanti informazioni sulla criminalità organizzata cinese in Italia. Ma ogni volta che un paese occidentale prova a collaborare direttamente con Pechino per risolvere una crisi, la Cina trova un modo per fregarlo

Tra il 2024 e il 2025 un’intrusione attribuibile a gruppi informatici legati alla Repubblica popolare cinese ha sottratto dal ministero dell’Interno nomi, incarichi e sedi operative di migliaia di agenti della Digos impegnati nelle indagini sulla criminalità organizzata cinese in Italia e nella protezione dei dissidenti cinesi. Dopo la scoperta, le autorità di pubblica sicurezza italiane hanno interrotto tutte le forme di collaborazione con quelle cinesi. La vicenda, rivelata ieri da Repubblica, è importante soprattutto per un punto: ogni volta che un paese occidentale prova a collaborare direttamente con Pechino per risolvere una crisi, la Cina trova un modo per fregarlo. A ottobre del 2024 il ministro dell’interno Matteo Piantedosi era volato a Pechino per una missione che serviva a gettare le basi di un piano di cooperazione per aiutare le autorità italiane a frenare la criminalità cinese in Italia: come anticipato all’epoca da questo giornale, in cambio dell’incontro con il ministro per la Pubblica sicurezza cinese, Wang Xiaohong, Piantedosi aveva dovuto prestarsi anche a uno spot pubblicitario della sicurezza cinese, facendosi fotografare in visita a una stazione di polizia vicino Pechino neanche due anni dopo aver scoperto che Pechino aveva piazzato diverse cosiddette “stazioni di polizia virtuale” in Italia. La richiesta d’aiuto italiana alle autorità di Pechino per frenare la criminalità cinese era legittima – ci sono morti, aggressioni quasi quotidiane a Prato, un duplice omicidio anche a Roma, un maxi processo che va avanti da anni mai concluso, problemi burocratici e milioni di euro sequestrati dalle Forze dell'ordine in innumerevoli operazioni – ma se vista alla luce di quanto avvenuto risulta una profezia che si autoavvera, un’ingenuità che forse avremmo potuto evitarci. La leadership cinese conosce i suoi criminali all’estero, ma è più interessata a farsi giustizia da sola – la giustizia è quasi sempre contro chi non si allinea alle direttive del Partito. La speranza è che le operazioni malevole servano ad accendere una luce in tutte le istituzioni: fidarsi della Cina va bene, non fidarsi mai è meglio.

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