Ansa

da madrid

La Spagna di Sánchez dice sì al burqa in nome della “libertà religiosa”

Marcello Sacco

La proposta di legge promossa dall'estrema destra per vietare burqa e niqab negli spazi pubblici è stata bocciata. Per rimanere in piedi il governo spagnolo ha bisogno ancora una volta dei sette voti di Junts, gli indipendentisti catalani di destra, che ora presentano un ddl con lo stesso obiettivo

Madrid. Il Congresso dei deputati spagnoli ha bocciato, martedì scorso, una proposta di legge sul divieto di burqa e niqab negli spazi pubblici. Proveniente dagli scranni del partito dell’estrema destra Vox, la legge ha potuto contare sui voti a favore anche dei deputati popolari, ma il resto dell’Aula ha votato contro. E’ il solito gioco delle parti intorno a temi come libertà religiosa e libertà delle donne. Un dibattito simile si è svolto pochi mesi fa nel parlamento della capitale vicina, Lisbona, dove però le destre sono in superiorità numerica ed è passata la proposta di Chega (partito affine a Vox, membro del gruppo sovranista europeo di Orbán). L’estrema destra ne fa una bandiera di identità culturale ed etnica. “Non è negoziabile né la difesa della dignità della donna, né il fatto che vogliamo continuare a essere Spagna”, ha detto la deputata Blanca Armario, di Vox. La destra moderata del Partito popolare invece, evitando le derive identitarie, puntava tutto sulla difesa della donna, che con il viso coperto è condannata all’invisibilità. Una dignità che la sinistra avrebbe deciso di vendersi, ha denunciato la capogruppo del Pp, Ester Muñoz, molto applaudita da destra.

In effetti questo è uno dei temi che più imbarazzano le sinistre, perché sul velo integrale è tutto un fioccare di “siamo contrari ma…”, grande contrappasso al “non sono razzista ma…” che di solito si rinfaccia alle destre. Un piccolo capolavoro è riuscito a farlo il capogruppo dei socialisti, Patxi López, che prima ha definito burqa e niqab “condizionamenti maschilisti”, poi, senza perdere l’abitudine al linguaggio inclusivo, ha detto che “per alcuni e alcune” sono segni che rappresentano la libertà religiosa garantita dalla Costituzione. Proprio quella Costituzione che martedì diventava la carta fondamentale più longeva nella storia conturbata della Spagna, superando quella del 1876 (sospesa dal golpe militare di Primo de Rivera nel 1923). Il re Filippo VI e il parlamento hanno commemorato il fatto con una cerimonia boicottata dai principali partiti autonomisti e indipendentisti galleghi, baschi e catalani. D’altronde non è raro sentire estremisti e nazionalisti vari parlare con disprezzo del “regime del ‘78”.

A proposito, il conteggio finale dei voti sul burqa è stato 177 contro 171. Ancora una volta l’aritmetica è semplice: la differenza la fanno i sette deputati di Junts, partito indipendentista catalano di destra. E’ curioso, ma i catalani furono i primi a cercare di proibirlo nel 2010 a Lleida, città che aveva un sindaco socialista. Poi l’associazione Watani, attiva nell’ambito dell’integrazione della comunità islamica, fece ricorso e la Corte costituzionale stabilì che i comuni non avevano competenza in materia. Martedì i deputati di Junts, con la consueta abilità nel tenere tutti col fiato sospeso, hanno esitato prima di dichiarare il loro voto contrario. E lo hanno fatto proprio mentre depositavano un nuovo disegno di legge che punta allo stesso obiettivo. Ma stavolta i socialisti si dichiarano aperti al dibattito. La proposta di Junts giustifica il divieto del burqa con motivi di sicurezza. Insomma, più identificabilità delle persone e meno scontro di civiltà. Ma nella stessa proposta di legge infilano una disposizione aggiuntiva che obbligherebbe il governo centrale a formalizzare la delega alla Generalitat catalana delle competenze in materia di sicurezza e immigrazione. Il canovaccio della politica spagnola è sempre quello: il governo di Pedro Sánchez ha bisogno dei sette voti di Junts per rimanere in piedi, e Junts giustifica la sua presenza a Madrid pensando solo ai vantaggi che riesce a portare a casa in Catalogna. La delega delle competenze in materia migratoria è già stata definita fascista dagli alleati dell’estrema sinistra, e se Sánchez dà colpi solo al cerchio perde tutta la botte. Solo che per “alcuni e alcune” il vuoto a perdere della botte spagnola è il governo delle sinistre, che le destre non vedono l’ora di rimpiazzare. Ma per “altri e altre” questo tira e molla rischia di sfasciare l’intera Spagna.

Di più su questi argomenti: