Il parlamento francese durante il minuto di silenzio in tributo al giovane attivista di estrema destra che è morto venerdì a Lione. (foto Getty)

l'editoriale dell'elefantino

L'oscenità della sinistra europea è l'indifferenza sui martiri del fascismo, vittime dell'Internazionale dei pestaggi antifa

Giuliano Ferrara

È in atto una rigenerazione crudele e farabuttesca della violenza, che c’è sempre stata ma rinasce come sempre nelle parole, nel loro fuoco e nella loro menzogna altisonante come il genocidio e finisce con l’omicidio vigliacco, con la tecnica linciatoria idealista, come a Lione

Quentin Deranque ieri in Francia, come nel 1975 Mikis Mantakas a Roma o Sergio Ramelli a Milano, come nel 1978 Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta a Acca Larenzia, come prima di loro, nel 1973 Stefano e Virgilio Mattei nel rogo di Primavalle. Sono martiri del fascismo, per nominare le cose e le persone con il loro nome, vittime degli antifa di ieri e di oggi. Gli antifa, questa ignobile, abietta caricatura e deformazione morale e politica dell’epica antifascista storica, questa marmaglia feroce che si è messa in luce in molti paesi europei, sulla scia del movimento filopalestinese e antisemita e della ideologia vittimista dei centri sociali. Quelli dei martiri fascisti sono i nomi, e solo alcuni, di giovani e bambini trucidati dalla più infame reincarnazione della violenza anteguerra e squadristica, ma sotto il segno consolatorio degli antifa.

 

Jean-Luc Mélenchon, il candidato alla presidenza francese del partito antisemita e islamogauchista, dichiara di provare ammirazione per i militanti della Jeune Garde, quelli che in gruppo e mascherati dai passamontagna hanno pestato in testa a terra il ventitreenne nazionalista a Lione e l’hanno ammazzato, quelli del gruppo di nobili picchiatori fondato dal suo deputato Raphael Arnault, e coordinati in loco da uno o due dei suoi assistenti parlamentari, ma si dichiara estraneo, per interesse elettorale, ai comportamenti degli assassini di cui è palesemente il mandante morale e politico. Non c’è solo la vergogna per una France insoumise, una Francia che si dice indomabile o ribelle, e si rivela una Francia di linciatori. C’è un problema pesante come il piombo che riguarda tutta la sinistra europea, non solo gli elettori a Strasburgo di Ilaria Salis, un’altra accusata di voler martirizzare il suo fascista col martello, perché “uccidere un fascista non è reato”, c’è un problema storico e politico immenso.

 

Un intellettuale serio, Ernesto Galli della Loggia, si domandava ieri nel Corriere perché la destra vincitrice delle elezioni politiche in Italia non è in grado di “garantire il futuro ai vivi seppellendo i morti”, cioè di interrompere, con il favore della vittoria a sorpresa del 2023, la spirale di guerra civile che continua a inquinare la vita pubblica. Quentin Deranque è la risposta. E’ stato ammazzato di botte mentre sosteneva una manifestazione di donne nazionaliste contro lo show pro Hamas di una deputata gauchista-islamista, Rima Hassan, mascotte della crociata antisraeliana del partito di Mélenchon. Il silenzio o la relativizzazione in tutta la sinistra del linciaggio per alti ideali e nobili motivi è la risposta. L’alleanza elettorale e frontista con Mélenchon e con l’Internazionale del pestaggio a morte antifa o pro Pal, come a Boulder con le molotov contro gli ebrei o a Washington con l’esecuzione di due funzionari dell’ambasciata israeliana al grido Palestina libera, è la risposta. E’ in atto una rigenerazione crudele e farabuttesca della violenza, che c’è sempre stata ma rinasce come sempre nelle parole, nel loro fuoco e nella loro menzogna altisonante come il genocidio, e finisce con l’omicidio vigliacco, con la tecnica linciatoria idealista, come a Lione. La pace dei vincitori con i nemici di ieri, di cui parla Galli della Loggia, dovrebbe in effetti essere l’aspirazione etica di una destra moderna di governo, che dovrebbe cercare e trovare interlocutori a sinistra. Ma finché a sinistra, e non solo dalle parti del losco Mélenchon, si continueranno a coltivare il relativismo e la sua confusione etica sulle vittime della violenza, questa impresa doverosa resterà un programma troppo vasto per essere attuato.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.