Foto ANSA
L'analisi
Come finisce la guerra in Ucraina. Due ipotesi e un'Europa più forte
Firmare un accordo che favorisce la Russia o continuare a sostenere Kyiv. Per il nostro continente, tornare a essere un attore mondiale sarebbe un miracolo che dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla resistenza ucraine
La guerra in Ucraina è entrata in un momento critico e non solo perché le elezioni di novembre, che è forse possibile manipolare ma davvero difficile non tenere, spingono Donald Trump a fare pressioni fortissime su Kyiv perché chiuda un accordo che potrebbe presentare come una sua vittoria.
Per la prima volta sono infatti in campo, anche all’interno di quello che era l’occidente che davamo per scontato, due ipotesi diverse su come la guerra potrebbe finire. Al contrario dei sogni di fine 2022 che pensavano a una sconfitta sul campo – certo desiderabile ma assai improbabile oltre che pericolosa – di un aggressore che aveva migliaia di testate nucleari, entrambe sono dotate di una qualche credibilità. Ed è anche significativo che Mosca sembri non avere una propria soluzione che non sia la ripetizione del già detto, il che equivale ad ammettere che non è messa bene, e non solo per ragioni interne visto che sta rapidamente perdendo alcuni dei suoi sostenitori chiave nel mondo.
La prima ipotesi è quella di Trump: firmare un accordo che favorisce la Russia, anche se non completamente perché non si vogliono alienare i molti sostenitori di Kyiv tanto negli Stati Uniti quanto in un’Europa che, malgrado tutto, non si vuol perdere. Mosca, in difficoltà, sarebbe pronta a accettare qualche compromesso e soprattutto promette di più in termini di rapporti economici a una Washington che vorrebbe anche staccarla il più possibile dalla Cina, che ritiene il vero nemico perché rappresenta la prima seria minaccia alla sua ormai quasi secolare supremazia.
La seconda è quella maturata in Ucraina e in una parte significativa dei gruppi dirigenti politici europei soprattutto dopo l’elezione di Trump, le tensioni che essa ha provocato e le evidenti difficoltà di Mosca su un fronte che non riesce a sfondare malgrado condizioni divenute da un anno eccezionalmente favorevoli. La sua sostanza è questa: Putin è in gravi difficoltà economiche, militari, demografiche e anche di posizionamento internazionale. Si calcola per esempio che la Russia abbia già perso, tra morti, feriti e malati, più di 1,2 milioni di uomini, tra cui almeno 300 mila morti, e perda oggi circa 8-10 mila uomini alla settimana, uno sforzo che è difficile reggere, tanto più che la mobilitazione patriottica è fallita e si tratta di volontari retribuiti, per cui è sempre più difficile trovare le risorse.
Grazie al sostegno economico, tecnologico e in parte militare dei paesi europei, a quello dell’intelligence e almeno in parte ancora militare americano, l’Ucraina sarebbe invece in grado di tenere, costringendo Putin a chiudere un accordo peggiore di quello che ha discusso con Washington. Malgrado evidenti difficoltà nel reclutamento e le sofferenze fortissime inflitte da Putin a una popolazione civile che parte dell’opinione pubblica italiana non vuole vedere, tutti i sondaggi confermano infatti la forte determinazione dei suoi abitanti a tener duro in difesa della propria autodeterminazione (un fatto che dovrebbe spingere a vergognarsi chi parlava di “guerra per procura”). E ogni giorno che passa mette in risalto gli straordinari risultati di ucraini che hanno cambiato in pochi anni e con poche risorse la natura della guerra moderna, costruendo un forte esercito e un’industria bellica estremamente innovativa, e rendendo obsoleta la struttura di Forze armate ancora organizzate per combattere, in caso di guerra su larga scala, come si combatteva nel 1945. Anche per questo l’Ucraina – che avrebbe perso finora 500-600 mila uomini, tra cui più di 100 mila morti al fronte, vale a dire circa un terzo dei russi come accade di regola a chi si difende rispetto a chi attacca – sarebbe riuscita nell’ultimo anno a ridurre significativamente, grazie a droni anche terrestri, questa proporzione, passando a circa un quinto e aggravando il peso relativo sopportato da Mosca.
Se insomma anche l’Ucraina soffre, la sua resistenza, opportunamente sostenuta, potrebbe portare a una sconfitta, certo non plateale di una Mosca costretta piuttosto a maggiore ragionevolezza nelle trattative. Questo vuol dire la rinuncia alle aree ancora non occupate e fortemente urbanizzate e fortificate del Donbas, la cui conquista militare costerebbe centinaia di migliaia se non milioni di uomini e che per questo Putin sperava di ottenere pacificamente da Trump. Rinunciarvi – continua un ragionamento fondato – sarebbe sbagliatissimo, anche perché si è capito che le garanzie che può offrire l’Europa sono poche e quelle di Washington poco credibili. Altra cosa sarebbe riuscire a coinvolgere le nuove, grandi potenze mondiali, vale a dire Cina e India, ma questo richiederebbe la ricostruzione di un ordine mondiale che forse verrà ma che ancora non si vede, e che comunque agli Stati Uniti non piace.
L’ipotesi ucraino-europea, di sicuro migliore di quella americana per le sue conseguenze sul mondo, incluso il nostro, non è fortissima ma dà a Kyiv una “carta”, per usare il linguaggio di Trump. A essa è legata la costruzione di un nuovo centro europeo dotato di forza propria, che ha bisogno di tempo per nascere e verrebbe probabilmente soffocato dalla vittoria di quella trumpiana. Essa ha inoltre dalla sua, per la prima volta, l’opinione di significativi gruppi europei che – benché ancora meno coesi di quanto sarebbe necessario – si sono finalmente resi conto che nel nuovo mondo che si va disegnando un insieme di paesi che si compiacciono di essere “erbivori”, non hanno un proprio ombrello atomico (su cui si è finalmente avviata la discussione), una propria industria militare e un proprio centro di comando non ha altro destino se non la marginalizzazione, che è purtroppo un’ipotesi credibile.
La qualità del futuro dei paesi europei e dell’Europa, e quindi dei suoi abitanti, ma anche della Russia passa dunque dai cambiamenti prodotti dalla guerra in Ucraina e dal modo in cui essa finirà. E vi passa quella del mondo nuovo che sta nascendo, in cui sarebbe importante vi fosse una forza che “ricorda” l’importanza delle regole e dei diritti anche perché prodotti dalla sua cultura. La guerra di Putin, che pensava di porvi fine trionfalmente in pochi giorni, ridisegnerà quindi il mondo a seconda del modo in cui a essa sarà posto in qualche modo fine, attraverso quale pace e più probabilmente quale armistizio.
Per capire le grandi guerre, come è questa, e cogliere l’impatto della loro possibile fine, occorre però vedere anche i cambiamenti che hanno determinato e il modo in cui si cristallizzeranno. Ed è inoltre necessario riflettere sul modo in cui esse verranno interpretate e non solo nei paesi che vi hanno partecipato, che è una cosa fondamentale anche per comprendere il loro lascito, che sarà plasmato, e non poco, dalle “rappresentazioni” che prevarranno riguardo il loro significato e il loro esito.
Pensiamo per esempio alla Russia: il bilancio pesantemente negativo dell’avventura putiniana è evidente. Quella che doveva essere una breve marcia trionfale ha ridotto lo status internazionale del paese, che si è inimicato l’Europa spingendola verso una nuova coscienza di sé ostile a Putin; è detestato da un’Ucraina con cui i rapporti erano contraddittori, ma saldi; ha perso simpatie e influenza nel Caucaso e in Asia centrale; e ha visto crollare alcuni dei suoi principali alleati, dalla Siria al Venezuela, cui probabilmente si aggiungerà Cuba e forse l’Iran. La crisi demografica, già forte, ma che si era stabilizzata prima del Covid, è ora riesplosa, tanto da costringere Mosca a secretare il dato sulla speranza di vita maschile (si ripete quello del 2022-23, segnato dalla ripresa dopo il Covid e attestato su 68 anni – comunque circa 15 meno che in Europa! – ma pare che la guerra abbia causato una discesa a 65, e in alcuni governatorati si parla addirittura di cifre inferiori). L’industria è in crisi, e così il bilancio, le esportazioni sono colpite dalle sanzioni e cresce il ritardo tecnologico di un paese le cui risorse sono assorbite da una guerra che ha determinato una crescente dipendenza dalla Cina. Anche per questo, per sopravvivere almeno sul breve periodo a quello che si può definire un disastro le cui proporzioni saranno chiarite dalla storia, Putin ha estremo bisogno di un fine guerra che possa essere presentato come una vittoria, anche se non quella che aveva vagheggiato. Poi verrà la sua morte e si faranno i conti, ma questi non lo riguarderanno direttamente.
Anche sull’Ucraina la guerra ha avuto effetti pesanti. I morti e i feriti, prima di tutto, tra cui tantissimi che avevano scelto di combattere per difendere la patria e non certo per denaro; le grandissime sofferenze della sua gente; le distruzioni e i territori persi; il calo delle nascite e quello, drammatico, della popolazione determinato dalla perdita di quei territori ma anche dall’esodo all’estero di milioni di persone, di cui è difficile sapere quante torneranno perché la guerra va avanti e esse sono costrette a costruirsi una vita nuova altrove. Al contrario della Russia, l’Ucraina può però vantare anche importanti risultati positivi: sottoposto a una prova durissima il suo stato, irriso da Putin, la sua industria, le sue ferrovie, le sue infrastrutture hanno retto; la vitalità e l’ingegno dei suoi abitanti hanno innovato la guerra e costruito un’industria bellica di prim’ordine; soprattutto la resistenza, il coraggio e il valore delle retrovie e del fronte, di gran lunga maggiori di quanto chiunque potesse immaginare, hanno provato al mondo che il paese esiste, vuole esistere e vuole essere se stesso, e non ciò che desidera qualcun altro. Anche se il compito sarà più o meno difficile a seconda dell’esito della guerra, la parte positiva di questo bilancio non potrà essere cancellata, e un’interpretazione della guerra e della “pace”– qualunque essa sia – capace di farne capire il valore sarà di grande aiuto nell’affrontare i serissimi problemi che i danni fisici e psichici prodotti dagli ultimi quattro anni non mancheranno di creare, per esempio riducendo il peso di inevitabili accuse reciproche e di teorie del complotto.
Dal modo in cui finirà e sarà letta questa guerra dipende anche il futuro europeo: già il suo non essersi trasformata in una guerra mondiale, come era accaduto in precedenza, un fatto che è di per sé una fortuna, indica la marginalizzazione del nostro continente. Ma un’Europa più unita e indipendente, capace di includere l’Ucraina e riaprirsi alla Gran Bretagna e soprattutto di mettere a fianco di Unione e Nato – che non vanno disprezzate, ma difese riformandole – strutture nuove all’altezza del nuovo mondo che è ormai possibile intravedere, sarebbe una conquista gigantesca. Tornare a essere un attore mondiale, capace di una salda alleanza con Washington da posizioni di indipendenza e in grado di rispondere con dimensioni e capacità adeguate ai problemi di un futuro difficile, e quindi anche di gestire con realismo la sua nuova condizione, sarebbe un miracolo che dovremmo in larga parte alle sofferenze e alla resistenza ucraina. E’ anche questo qualcosa che sarà importante ricordare se l’esito sarà quello in cui è oggi, almeno un po’, più lecito di ieri sperare.