Dalla nostra inviata
Le bombe e i generatori a Odessa e le poche aspettative per i negoziati con i russi a Ginevra
“Ti auguro una giornata tranquilla” è diventato il più dolce degli auspici in una città colpita quasi ogni notte da Putin. Prima dei colloqui in Svizzera, gli ucraini esercitano l’arte della divinazione: Mosca non molla
Odessa, dalla nostra inviata. La notte il suono delle sirene, cinque volte da mezzanotte alle sette, al mattino la litania dei generatori per le strade, un po’ lamento un po’ canto gutturale, costante, ripetitivo, che tiene in vita la produzione di Odessa. Se oggi la città si è svegliata, ha messo i prodotti fra le scansie dei negozi, ha aperto le saracinesche dei bar, ha acceso le piastre dei parrucchieri, ha tenuto in fresco i banchi del mercato del pesce di Pryvoz è perché era pronta a reagire alla notte di droni e missili. Otto missili Iskander, ventuno Kh e trecentonovantasei droni sono stati lanciati contro l’Ucraina, a Odessa hanno colpito infrastrutture energetiche e un grattacielo. La città sarebbe potuta rimanere al buio, al gelo, rintronata dall’insonnia, ma dal mese passato ha capito che l’arte dell’essere previdenti non ha mai fine, ha bisogno di continui corsi di aggiornamento. Odessa è una città stanca, sofferente, ferita, ma non disperata. Come tutta l’Ucraina non vede l’ora di liberarsi del suono dei generatori, ma per ora lo accoglie, lo ascolta: “Non siamo mai stati chiusi”, dice con fierezza la cameriera di un caffè vicino alla stazione, in cui all’interno gli avventori non osano togliersi il cappotto. Fa freddo, ma la macchina del caffè funziona, la vetrina espone dolci dai colori impossibili, dal fucsia al verde smeraldo, prodotti grazie all’elettricità rumorosa in funzione dal mattino. A Odessa tutto sembra impossibile, eppure c’è.
Nella notte di bombe sono state ferite tre persone, nei passati bombardamenti ci sono stati morti, “certo che penso che potrebbe capitare a me la prossima volta. A me o alla mia famiglia. Ci penso come ci pensiamo tutti, ma poi la notte andiamo a dormire, mettiamo la sveglia per il mattino dopo, anche se sappiamo che tanto saranno le esplosioni a svegliarci”, racconta la cameriera mentre serve un tè nero fumante che sembra una promessa di calore. Quando la paura è quotidiana non serve neppure imparare a superarla, si scopre soltanto di non avere più paura della paura. Chi esce dal bar saluta usando un augurio che oggi è la più alta delle aspirazioni: “Tikhovogo dnia”, ti auguro una giornata tranquilla. Non bella, non buona: tranquilla.
A nessuno interessa cosa è accaduto a Ginevra ieri, durante i colloqui trilaterali con gli americani e i russi. La mancanza di interesse è penuria di fiducia e abbondanza di esperienza con il nemico. Tutti vogliono la fine della guerra, “che finisca presto” è il desiderio più diffuso che però di solito viene accompagnato da un “ma non finirà presto”. Non si può chiedere a un ucraino di capire che la diplomazia ha bisogno di silenzio, che molto avviene nell’ombra. Dopo quattro anni di guerra totale, le persone vogliono vedere i risultati del loro sacrificio. I negoziatori di Kyiv sono ottimisti, parlando con l’Economist qualcuno, rimanendo anonimo, ha fatto sapere che qualcosa si muoverà presto e che si lavora per un incontro fra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin – la dichiarazione è risultata sorprendente anche per la rivista britannica e nulla appare più lontano nelle strade di Odessa. Ogni volta che si avvicina un incontro negoziale, la Russia bombarda più forte, gli appuntamenti fra le delegazioni sembrano un segnale di sventura e una popolazione che cerca risultati non può vedere in una notte scandita dal suono di cinque sirene antiaereo il segnale che qualcosa di buono potrebbe accadere nel giro di qualche mese. Il presidente americano, Donald Trump, prima dell’inizio dei colloqui a Ginevra, ai quali ha mandato i suoi emissari Steve Witkoff e Jared Kushner, ha detto: “E’ meglio che l’Ucraina si sieda al tavolo dei negoziati presto”. Il capo della Casa Bianca è convinto si sia aperta una finestra temporale importante, ma pensa ancora che sia Kyiv a volerla sprecare e le sue parole confrontate con la mappa che mostra i bombardamenti della notte, in cui la scia dei missili e dei droni copre tutto il paese da nord a sud, da est a ovest, fanno l’effetto di una coltellata. Dopo oltre un anno di Amministrazione Trump, c’è chi si esercita nella divinazione dei negoziati. Come davanti a una palla di cristallo si fanno previsioni con spirito pragmatico. Il giornalista ucraino Illia Ponomarenko, originario della regione di Donetsk, ha scritto su X: “Oggi risparmio cinque minuti del vostro tempo, così non dovrete leggere le notizie sull’ennesimo round di ‘negoziati’ a Ginevra”. Sintesi: l’Ucraina rimane disposta a congelare il fronte, interrompere la guerra, fare gli accordi economici che piacciono a Trump; ma non è disposta a capitolare o a farsi distruggere. La Russia accetta soltanto la capitolazione e la distruzione. Gli Stati Uniti non hanno potere di costringere Kyiv a capitolare né hanno la saggezza per fermare Vladimir Putin. Risultato: un nuovo incontro a marzo e continui bombardamenti notturni contro l’Ucraina.