Carlo Rovelli finisce nella "honey trap" cinese. È una strana tendenza tutta italiana

Giulia Pompili

Sul Corriere il fisico teorico propone un avvicinamento europeo a Pechino. Una lettura che somiglia tantissimo, per linguaggio e contenuti, a ciò che i funzionari del Partito comunista cinese offrono ai loro interlocutori europei. Indulgente verso il potere di Xi Jinping e distante dal nodo dei conflitti e da quello dei diritti

Deve esserci una ragione profonda, indecifrabile come un buco nero, come materia oscura, nella fascinazione politica italiana per una potenza illiberale come la Repubblica popolare cinese. A essere ottimisti, deve avere a che fare con la capacità tutta cinese di lusingare l’interlocutore, convincerlo, e per farlo la maggior parte delle volte gli basta ricorrere solo alla negazione: mentre le bombe della Russia sono inconfutabili, la honey trap della Cina nutre l’ego di chi la sa lunga e trasforma tutti – ex presidenti del Consiglio, anonimi ingegneri, fisici tuttologi sulla prima pagina del Corriere – in fini analisti delle relazioni internazionali. Solo che, come uno scienziato sa bene, se si manipolano i dati di partenza si ottiene tutt’al più una verità alternativa o, peggio, uno strumento di propaganda. Ieri Carlo Rovelli, stimato fisico teorico, noto sui media mainstream per i suoi scritti sulla filosofia della scienza e per il suo impegno politico – del resto parlare da Fazio di teoria delle stringhe sarebbe meno sostenibile, ma tutto può essere – ha pubblicato nelle pagine della cultura del Corriere un lungo articolo che inizia con una premessa a dir poco riduttiva, che è però alla base della maggior parte dei fraintendimenti sul tema: siccome sto andando in Cina, scrive Rovelli, “ho  cercato di capire cosa quel grande paese stia cercando di dirci”.

 

Il problema delle “tre considerazioni” che ci offre è che somigliano tantissimo, per linguaggio e contenuti, a ciò che i funzionari del Partito comunista cinese offrono ai loro interlocutori europei, con il solo pretesto di mettere a confronto la Cina di Xi Jinping con l’America di Donald Trump: una bella sfida. Rovelli dice, e riassumiamo, che a differenza degli americani Europa e Cina sostengono l’Onu e investono in Green economy. Il fisico però dimentica di menzionare un dettaglio non da poco: la Cina manipola sistematicamente l’Onu al suo servizio, e resta il primo emettitore mondiale di CO2 globale (circa il 32,1 per cento delle emissioni globali) mentre aumenta la sua dipendenza dal carbone. Il fisico poi parla di una Cina che “è stata quasi sempre in pace dalla fine del conflitto mondiale” e che è “voce di moderazione e di invito al dialogo”, ma dimentica di ricordare la minaccia su Taiwan, gli arresti arbitrari, i ricatti, per non parlare di quello che avviene in Tibet, nello Xinjiang, al confine con l’India o nel Mar cinese meridionale. Poi Rovelli menziona il “grande consenso interno”: e qui ignorare proteste e repressioni diventa anche più problematico, ma il fisico sceglie di ignorare la complessità del sistema cinese e si spinge a dire che “l’ideologia cinese” in realtà vuole solo il benessere del popolo (certo, come no) ed è questo “il successo del comunismo cinese”. Insomma, per Rovelli l’Europa dovrebbe avvicinarsi alla Cina perché sarebbero allineate “sulla maggior parte dei nostri valori e interessi”. Sarebbe bello leggere un saggio di fisica quantistica, ma ci tocca la pedagogia politica rossobruna. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.