programma medio oriente

Israele pensa a come fare senza aiuti americani

Micol Flammini

L’alleanza regge, ma la percezione delle minacce è diversa e per non rimanere immobilizzato dai piani di Trump, Netnayahu vuole passare dagli "aiuti alla partnership"

Quando l’arma precede un appuntamento negoziale, vuol dire che il negoziato non sta procedendo troppo bene. Gli Stati Uniti stanno spostando la portaerei Ford dal Mar dei Caraibi al medio oriente, per schierarla al fianco dell’altra portaerei ormai presente da un mese, la Lincoln, e di altre nove navi da guerra. Il dispiegamento è massiccio e più si ingrandisce più indica che la via verso o un accordo con la Repubblica islamica dell’Iran o la guerra contro il regime di Teheran si fa sempre più stretta. Martedì scorso, il primo ministro Benjamin Netanyahu è andato a Washington per parlare con il presidente americano Donald Trump e capire le reali intenzioni degli Stati Uniti con l’Iran. La prossima settimana, mentre la Ford navigherà verso il Mar Arabico, l’inviato americano Steve Witkoff incontrerà di nuovo il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. 

Non sono ammessi tempi lunghi, le soluzioni sono o un accordo o la guerra. Il presidente americano crede che il più grande ostacolo al suo progetto di un nuovo medio oriente sia l’Iran; l’altro, la Striscia di Gaza, pensa sia sulla giusta strada verso la soluzione. Israele ha capito che non può combattere contro l’idea  di Trump, anche se non lo vede roseo e semplice come pare al presidente americano, e sta prendendo una decisione importante, in parte rivoluzionaria: raggiungere l’indipendenza militare. 


Dal 7 ottobre del 2023, quando i terroristi di Hamas hanno invaso i kibbutz nel sud di Israele, ucciso, rapito e dato inizio alla guerra a Gaza, l’aiuto militare americano a Tsahal è stato di circa 22 miliardi di dollari, oltre ai 3,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti inviano ogni anno per rafforzare l’alleanza militare. Si tratta di un sostegno importante, che però, Netanyahu ritiene sia arrivato il momento di ripensare. Non si tratta di sfiducia, ma della consapevolezza che i progetti di Trump e di future amministrazioni in medio oriente un giorno potrebbero non combaciare più con quelli di Israele. L’idea di sicurezza di Washington finora ha coinciso con quella di Gerusalemme, ma l’affinità sta cambiando e dietro al programma di Trump di mettere a posto il medio oriente con un intreccio di accordi e Consigli di pace potrebbero emergere nuovi rischi. Il presidente americano, per esempio, vuole che Israele stringa dei patti con la Siria di Ahmed al Sharaa, l’ex jihadista ora presidente del paese. Israele ha due timori, il primo è quello del bluff (un jihadista resta jihadista anche con la cravatta) e il secondo è dell’instabilità del sistema di potere di Sharaa, quindi vuole poter agire, quando serve, senza dover chiedere il permesso agli Stati Uniti . 


Il piano di Netanyahu, dichiarato questa settimana e anticipato anche durante un’intervista all’Economist, è di azzerare la dipendenza dagli Stati Uniti entro dieci anni e di passare dall’“aiuto alla partnership”: in una  partnership Washington non può dire a Israele cosa può o non può fare. I rischi ci sono, ma Israele sta cercando di non rimanere indietro, prende atto della volontà americana di ritirarsi dal mondo e agisce. 
 

Di più su questi argomenti:
  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)