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Nuovo Venezuela

Corina Yoris è uscita dalla clandestinità dopo 18 mesi. Ci racconta cosa sta cambiando in Venezuela

Maurizio Stefanini

Docente universitaria di filosfia, 82 anni, era stata designata candidata unitaria della opposizione venezuelana alle presidenziali dopo lo stop a María Corina Machado. Dopo un anno e mezzo ha scelto di riprendere a uscire, anche se l'apparato repressivo venezuelano è ancora pienamente operativo

Roma. “Per 18 mesi sono rimasta nascosta. Uscivo molto poco, perché era estremamente pericoloso – dice al Foglio Corina Yoris, docente universitaria, che fu brevemente candidata nel 2024 alle presidenziali del Venezuela per l’opposizione al regime Maduro – Ma nelle ultime due settimane io e altri abbiamo deciso di riprendere a uscire, con determinate misure di sicurezza, ovviamente, perché l’apparato repressivo è ancora pienamente operativo. Lo dimostra il caso di Juan Pablo Guanipa, che è stato riarrestato poche ore dopo la sua liberazione, e poi mandato ai domiciliari”. Il 22 marzo del 2024, Corina Yoris, che ha 82 anni e insegna filosofia, era stata designata candidata unitaria della opposizione venezuelana alle presidenziali, dopo che il regime aveva impedito di candidarsi a María Corina Machado, che aveva ottenuto il 92,35 per cento dei voti alle primarie del 22 ottobre 2023, ma sulla quale pendeva un provvedimento amministrativo di inabilitazione senza condanne penali. Neanche a Corina Yoris fu però consentito di iscrivere la sua candidatura, malgrado contro di lei non vi fosse nessuna misura, e così toccò a Edmundo González Urrutia, la cui vittoria fu scippata da Nicolás Maduro. 

 


Per diciotto mesi Corina Yoris ha continuato a rispondere al telefono, ma parlando soltanto in forma anonima: “Non ho ricevuto minacce dirette e non c’erano misure formali contro di me, ma per due volte il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, mi ha menzionato nel suo programma tv”, che si intitola “Con El Mazo Dando”, dando manganellate. “Dato il mio stretto rapporto con María Corina, era chiaro che dovevo stare il più attenta possibile – continua la professoressa – Sono uscita solo poche volte, per appuntamenti medici. Ho smesso di scrivere per i giornali e solo la scorsa settimana ho osato riprendere a inviare articoli per il sito del Nacional, dove scrivo da trent’anni. La verità è che ci sentiamo tutti minacciati”. Ma qualcuno inizia a rialzare la testa, come dimostrano le manifestazioni indetta dai sindacati studenteschiper chiedere il rilascio dei prigionieri politici, la fine della repressione e l’approvazione della legge sull’amnistia. I segnali di un cambiamento, dalla rimozione di Maduro il 3 gennaio scorso, ci sono, come le liberazioni, la discussione della legge di amnistia, l’Assemblea nazionale che ha ricevuto ong critiche, come Foro Penal e Provea, e la visita del segretario americano all’Energia, Chris Wright. Il ministro ha incontrato la presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha detto che l’embargo sul petrolio venezuelano è “sostanzialmente terminato”, e ha annunciato che tra Venezuela e Stati Uniti sul petrolio sta nascendo una “partnership”, mentre  Delcy ha dichiarato che presto si recherà negli Stati Uniti. “In realtà, dell’amnistia non ci sarebbe bisogno – dice Corina Yoris – La gran parte dei liberati era dentro senza condanne, o con processi truccati. Però, per esempio, il mio amico Perkins Rocha, ex magistrato e avvocato di María Corina, è potuto tornare a casa solo con un braccialetto elettronico alla caviglia. Lui e tanti altri non possono né parlare né uscire, e hanno un ordine del tribunale per comparire periodicamente. Sono a casa, stanno con le loro famiglie, possono vedere il cielo, ma non sono liberi”.
Anche alcuni dei liberati in Spagna non rilasciano dichiarazioni, “ed è sorprendente. Ma altri hanno invece parlato, e hanno detto cose terribili sulle torture a cui sono stati sottoposti. Per ricostruire il paese bisogna tornare allo stato di diritto e alla separazione dei poteri, mentre ancora alcune garanzie sono sospese. E’ essenziale rimettere i militari sotto il potere civile”. Ma la situazione economica sta migliorando, con la riforma del petrolio e la ripresa dell’export? “Indubbiamente – risponde –  Qualche settimana fa un chilo di carne costava circa 16-17 dollari, adesso è sceso a 10, e poi a 9. Ma ora una delle Università nazionali mi ha versato 258 bolivar. Un dollaro è 358 bolivar. Che ci fai?”. Il salario minimo è stato aumentato di 15 volte, portandolo all’equivalente di 20-25 dollari: due chili di carne. “Chiaramente, il paese è condannato a una miseria tremenda. Anche i professori universitari stanno manifestando per gli stipendi da fame”. Delcy Rodríguez sembra accelerare la transizione sul piano economico, ma non è chiaro se anche sul piano politico. Ci sono peraltro perplessità su modo in cui Maduro e la moglie sono stati portati via. Qualcuno insinua che sarebbero stato Delcy e il fratello a consegnarlo. “Sì –  dice Corina Yoris – insultavano gli yankee, e ora si mettono in ginocchio. Dobbiamo comunque ricordare che su Maduro c’era una taglia da 50 milioni: qualcuno deve essersela guadagnata”.

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