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Saipem studia la costruzione della prima raffineria privata in Libia
Il progetto preliminare è senza precedenti e aiuterebbe il paese a liberarsi dalla dipendenza dall'estero per le forniture di gasolio. Il ruolo della Muheet Oil Refining e i dubbi sul suo proprietario, Ahmed Gadalla
La Libia sta tentando di liberarsi da un paradosso: quello di essere il paese africano con le più grandi riserve di petrolio, ma costretto a importare buona parte del proprio fabbisogno di gasolio. Un ricco imprenditore di Bengasi, Ahmed Gadalla, intende ora sviluppare con l’aiuto dell’Italia la prima raffineria privata del paese. Secondo quanto spiegato dallo stesso Gadalla al Foglio, l’italiana Saipem, leader nelle attività di ingegneria, perforazione e realizzazione di grandi progetti nei settori dell’energia e delle infrastrutture, è stata contattata dalla Muheet Oil Refining Co., controllata dal cosiddetto Gruppo Alushibe, un ombrello di compagnie tutte di proprietà di Gadalla. Un progetto che potrebbe avere un notevole impatto in Libia, su cui restano da chiarire ancora diversi aspetti. Non ultimo, chi sia davvero Ahmed Gadalla.
E’ lo stesso imprenditore libico, durante una conversazione telefonica con il Foglio, a spiegare quale siano le sue intenzioni. “Voglio modernizzare il paese con strutture all’avanguardia per porre fine al sistema attuale che vede la Libia dipendere così tanto dalle importazioni di gasolio. Siamo dei grandi produttori di petrolio, dobbiamo puntare su questo e stiamo avviando un dialogo con Saipem per espandere il sistema di raffinazione petrolifera nel paese. Perché io voglio una Libia forte e prospera”.
Al momento i discorsi con Saipem sono in una fase preliminare, si parla di uno studio di fattibilità per la costruzione della raffineria che dovrebbe essere costruita nell’est della Libia. Ma i presupposti ci sono, visto che i dati ufficiali forniti dalla Banca centrale libica confermano che la Muheet Oil Refining Co. ha già ricevuto al 31 dicembre dello scorso anno lettere di credito per poco più di 75 milioni di dollari, seppure in un periodo di crisi nera per l’istituto di Tripoli, affetto da instabilità cronica e mancanza di liquidità.
Il coinvolgimento di Saipem, di cui Eni è il principale azionista, si inscrive in un piano più ambizioso annunciato lo scorso gennaio dal presidente della National Oil Corporation (Noc), Masoud Suleiman. L’obiettivo è quello di raddoppiare la capacità produttiva di petrolio raffinato, passando dagli attuali 380 mila barili al giorno a 660 mila barili al giorno. Lo stesso Suleiman ha ricordato come il principale limite della raffinazione nel paese risieda nell’obsolescenza delle infrastrutture, inadeguate a rispondere alla domanda energetica. Dei 51 milioni di barili al giorno di gasolio messi sul mercato nel 2024, appena 13,8 milioni sono stati raffinati in Libia.
Il fatto che nel paese nordafricano oggi siano operative appena quattro raffinerie, tutte desuete e di proprietà della Noc, ha costretto la Libia a importare grandi quantità di gasolio, soprattutto dalla Russia. Il sistema selvaggio di sussidi che ha spinto verso il basso il livello dei prezzi del greggio – oggi la Libia è il paese con la benzina più economica dell’Africa, con appena 0,03 dollari al litro – ha avuto conseguenze catastrofiche, alimentando il contrabbando. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso novembre da Sentry, un’organizzazione investigativa con sede a Washington, tra il 2020 e il 2022 all’incirca 20 miliardi di dollari derivanti dal petrolio sono come volatilizzati, denaro che sarebbe bastato per costruire infrastrutture e fornire servizi essenziali alla popolazione e che invece sono finiti in commerci illeciti. Perdite enormi registrate anche di recente perché, sempre secondo Sentry, la Libia ha perso altri 6,7 miliardi di dollari solo nel 2024. Gli effetti dell’inefficienza del settore petrolifero libico sono stati dirompenti: “Inflazione, consolidamento del potere della famiglia Haftar a Bengasi e, in misura minore, della famiglia Dabaiba a Tripoli, così come il fatto che attori esterni, incluse le unità armate russe e le Rapid Support Forces del Sudan, hanno beneficiato della crisi del gasolio in Libia”.
Al centro di questo sistema ci sarebbe Saddam Haftar, vicecomandante generale e figlio del generale Khalifa. Secondo un rapporto del Panel of Experts delle Nazioni Unite, gli Haftar sono implicitamente coinvolti nel contrabbando di greggio attraverso Arkenu, una società petrolifera fondata nel 2023 e che sarebbe riconducibile proprio a Saddam, che oltre ad avere una grande influenza all’interno della Noc controlla i porti dell’est della Libia e le frontiere del sud, gli snodi usati per il contrabbando di gasolio.
Gadalla, che per sua stessa ammissione è molto vicino agli Haftar – “chiunque voglia fare affari a Bengasi deve avere rapporti con loro”, ci dice –, vuole “creare migliaia di posti di lavoro”. Su di lui si sa poco. A fine agosto dello scorso anno, documenti e testimonianze raccolte dal Foglio hanno dimostrato come l’imprenditore libico sia sospettato di trafficare equipaggiamenti a uso militare provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e diretti a Bengasi per arrivare infine in Sudan, a beneficio delle Rapid Support Force in Darfur. La Uds Shipping Services Llc, la compagnia sospettata di avere violato l’embargo sulle armi imposto dall’Onu in Libia, sembra collegata al cosiddetto gruppo Alushibe. Interpellato dal Foglio, Gadalla ha respinto ogni accusa. Buona parte del suo business è basata negli Emirati Arabi Uniti e in Europa, ma è in Libia che ora sta concentrando i suoi investimenti. A Bengasi riscuote fiducia al punto da essere riuscito a incassare lettere di credito sostanziose dalla Banca centrale libica, non solo a beneficio della Muheet – della quale non si conosce alcun dettaglio societario, se non un indirizzo a Bengasi –, ma soprattutto della Waad Libyan Company for Cement and Building Materials, una società cementifera sempre di proprietà di Gadalla e che al 31 dicembre del 2025 ha incassato oltre 177 milioni di dollari. Nessun’altra società in Libia ha ricevuto così tanto denaro dalla Banca centrale lo scorso anno.