La Russia rivuole Starlink

Micol Flammini

Non sapendo come inventare Starlink, Mosca lo ha rubato. Ora che non può rubarlo, cerca di estorcerlo alle famiglie degli ucraini imprigionati nel gulag

 “Lo Sbu informa! Il nemico sta cercando di reclutare ucraini per registrare i terminali bloccati di Starlink. Una tale assistenza ai rushisti (crasi fra russi e fascisti) è reato! se a te o ai tuoi amici viene chiesto di ‘aiutare con Starlink’, segnalalo al bot ufficiale su Telegram dello Sbu”. Mercoledì gli ucraini hanno ricevuto sul loro cellulare questo messaggio da parte dello Sbu, il Servizio di sicurezza dell’Ucraina. Mosca ha perso la possibilità di usare i terminali di Starlink da quando il ministro della Difesa di Kyiv, Mykhailo Fedorov, ha chiesto a Elon Musk di intervenire per spegnere le connessioni a tutti i terminali non registrati. L’impatto sugli attacchi di Mosca è stato decisivo: non si sono ridotti, l’aggressione alle città e gli attacchi massicci vanno avanti, ma l’esercito adesso è più cieco di prima, ha più difficoltà a comunicare con il fronte e non può colpire, per esempio, un treno passeggeri in corsa con un drone. Mosca ha meno capacità di uccidere e vuole riappropriarsene. Può farlo soltanto evitando che i terminali che usa con Starlink non vengano spenti. Bisogna essere ucraini per registrare i terminali, i russi non possono fingere di esserlo ma possono costringere. L’arma di ricatto è spesso il dolore e Mosca cerca gli ucraini più colpiti dalla guerra, i più sofferenti, coloro che hanno perso molto e temono di perdere ancora di più. Lo schema è quello del ricatto e lo Sbu ha mandato un secondo messaggio, diretto soprattutto alle famiglie dei prigionieri di guerra, che la Russia cerca di manipolare e usare per avere informazioni. Mosca finora ha spesso chiesto ai parenti dei prigionieri di condividere le posizioni delle truppe, le coordinate di infrastrutture sensibili se volevano assicurare un trattamento di favore ai prigionieri o se volevano ricevere una telefonata, parlare con i reclusi nei campi in Russia. Ci sono prigionieri scomparsi da quattro anni, per avere un cenno della loro sopravvivenza alcune famiglie sono disposte a tutto, anche a spiare, tradire, aiutare l’aggressore. Chi ha agito per conto di Mosca, a volte lo ha ammesso. Qualcuno ha invece denunciato la richiesta prima di soddisfarla. Le famiglie dei prigionieri sono vulnerabili e per questo il Cremlino non ha fretta di portare avanti gli scambi di prigionieri: sono una leva di ricatto, sono ostaggi. Le famiglie sono risorse da usare e gettare, Mosca le spreme, raddoppia la loro sofferenza, immergendola nel tradimento e nell’ansia per chi vive nel gulag e non si sa se tornerà. Chi ha fatto ritorno era distrutto, un’ombra, portava con sé le storie di bastonate, fame, operazioni chirurgiche senza anestesia, morte. 


Ieri il Wall Street Journal ha raccontato come gli americani sono stati in grado di introdurre migliaia di terminali di Starlink in Iran, ormai è un fatto che la costellazione di satelliti di Musk è un’arma imprescindibile, chi se la accaparra prima è in vantaggio. In Ucraina ha cambiato la guerra, Kyiv ha resistito anche grazie ai terminali mandati da Elon Musk, e Mosca ha cercato il modo di acquisirlo. Non sapendo come inventare Starlink, lo ha rubato. Non sapendo ora come continuare a rubarlo, lo estorce. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)