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Il massacro iraniano
“Il sadismo dei pasdaran è un abisso senza fondo”, ci dice Shiva Mahbobi. Gli strumenti dell'orrore
“Le Guardie della Rivoluzione hanno tolto le telecamere negli ospedali e per strangolare i feriti e nelle carceri hanno messo i dissidenti nei reparti con i detenuti comuni e minacciato di ucciderli tutti se gli Stati Uniti decidono di attaccare l’Iran", racconta la psicoterapeuta e attivista iraniana
Per lei che è stata una giovanissima prigioniera politica accusata di Moharebeh (guerra contro Allah), il messaggio di congratulazioni all’Iran per il 47esimo anniversario della Rivoluzione islamica da parte del segretario generale dell’Onu, António Guterres, è stata un’ennesima linea rossa oltrepassata che non deve essere tollerata. Infatti Shiva Mahbobi, su Instagram, ha scritto un messaggio furioso a Guterres: “Come osa congratularsi con un regime criminale che ha ucciso oltre 40mila manifestanti e continua a giustiziare i detenuti? Il sangue è anche sulle vostre mani per essere stati complici”. Intervistata dal Foglio, Mahbobi, nata in Iran nel 1968, non ha dubbi: “Il regime sta commettendo un Olocausto. Ho visto una clip della tv di stato in cui un presentatore faceva una specie di quiz, chiedendo ai telespettatori di indovinare dove era finito il corpo, se in frigorifero o nel freezer”, racconta Mahbobi, che ogni giorno si sveglia con un groppo in gola, l’ansia per quello che potrà ancora succedere.
Psicoterapeuta e attivista molto nota in Inghilterra dove vive e porta avanti il lavoro di attivista e lobbysta della Campaign to Free Political Prisoners in Iran (Cfppi), ci racconta della repressione nelle carceri che non ha precedenti: “Siamo di fronte a una mattanza che non si fermerà perché davanti all’inerzia della comunità internazionale i pasdaran faranno dell’Iran terra bruciata”, dice con un tono di voce apparentemente calmo che non tradisce i suoi incubi. “Secondo le nostre fonti, sono oltre centomila le persone arrestate dopo le ultime proteste anche se è impossibile, per ora, ricostruire ogni singolo caso. Decine di migliaia di detenuti, inclusi bambini e feriti, sono trattenuti in luoghi sconosciuti. Molti altri sono stati mescolati assieme ai cadaveri dei manifestanti: una persona che lavora in un obitorio mi ha fatto sapere che continuano ad arrivare tutti i giorni corpi deturpati con ferite recenti”, spiega con l’urgenza di chi teme una nuova strage. “Lo fanno per non far crescere il numero ufficiale delle esecuzioni”, dice. Shiva Mahbobi rivela anche le esecuzioni segrete attraverso iniezioni: “Succede da alcuni anni ma pare che ora questa pratica si stia intensificando: sono numerosi i casi di detenuti ammazzati attraverso iniezioni letali. E il film dell’orrore non finisce qui: violenze sessuali, mutilazioni. Ci stanno raccontando fatti terrificanti: il sadismo dei pasdaran è un abisso senza fondo. E nonostante gli eccidi che continuano nelle strade e nelle carceri, ci sono ancora delle proteste: studenti, pensionati e familiari che non vogliono arretrare”.
Durante la nostra conversazione, ci parla di fatti raccapriccianti, persino di donne arrivate negli obitori senza utero. “Le Guardie della Rivoluzione hanno tolto le telecamere negli ospedali e per strangolare i feriti e, tragedia nella tragedia, nelle carceri hanno messo i dissidenti nei reparti con i detenuti comuni e minacciato di ucciderli tutti se gli Stati Uniti decidono di attaccare l’Iran. Le famiglie che si presentano per chiedere notizie vengono arrestate”. Quando 47 anni fa c’è stata la rivoluzione khomeinista, Mahbobi aveva dieci anni. La prima volta che l’hanno arrestata aveva solo 12 anni. Diventata attivista, è stata imprigionata di nuovo a 16 anni ed è stata in 7 prigioni diverse per 3 anni e 4 mesi prima di andare in esilio. Ha vissuto in Turchia, in Canada e nel Regno Unito, continuando a lavorare per i diritti delle donne. Dal 2010 si batte per la liberazione dei prigionieri politici. Come tutti quelli che sono sopravvissuti, ha la sindrome del survivor guilt. “Quando sono uscita di prigione mi sentivo in colpa perché i miei amici erano morti. Un senso di colpa che si rinnova ogni giorno davanti alla repressione che non si ferma”. Anche lei subisce minacce continue e vive guardandosi alle spalle. E per non impazzire ha trasformato il senso di colpa in azione. “Ogni giorno dobbiamo ricostruire cosa succede attraverso le testimonianze di chi riesce a uscire o dei familiari. Chi è ferito viene lasciato morire senza cure”, dice.
In Iran in questi giorni si usa una frase che spiega tutto: “Camminiamo in mezzo a un fiume di sangue”, ma non basta per dare l’idea di quanto può ancora succedere, anche dentro le celle. “Secondo le nostre informazioni, sono arrivate forze special nelle prigioni per reprimere e uccidere i prigionieri”, dice. “Continuiamo a fare report che inviamo ai governi, all’Ue per fare pressione sul regime affinché liberino i dissidenti, affinché si sappia cosa sta accadendo: un Olocausto”.