l'intervista al ministro
Alle Olimpiadi il messaggio ucraino è: vogliamo vincere. Parla Bidnyi
Il ministro dello Sport dell'Ucraina ci racconta come si allenano gli atleti sotto le bombe di Mosca. Ogni gara vuol dire: noi ci siamo, resistiamo
Gli atleti ucraini hanno imparato ad allenarsi nella privazione. Sotto le bombe di Mosca, “manca il sonno, manca la luce, mancano le infrastrutture, mancano gli atleti”, il ministro ucraino dello Sport Matvii Bidnyi descrive le condizioni dello sport in Ucraina senza lamentele, le illustra al Foglio come semplici fatti. In Ucraina, la mancanza è un fatto e in questa mancanza si è allenato anche Vladyslav Heraskevych, lo skeletonista squalificato dal Comitato internazionale olimpico (Cio) per il suo casco nero con le immagini dei colleghi uccisi al fronte. In quel casco, in quei volti di atleti morti, il Cio ha visto un atto politico. Heraskevych e gli ucraini hanno risposto: la memoria non è politica. “E’ stata presa una decisione ingiusta, il casco non era un segnale politico, non è stato usato per promuovere un leader o un’agenda. Sul casco ci sono i nostri eroi, è un tributo. Se noi tutti siamo alle Olimpiadi è soltanto grazie a loro che sono andati a difenderci”, ricorda Bidnyi.
In Ucraina si continua a vivere perché c’è qualcuno che va a morire al fronte per combattere contro la Russia, gli atleti uccisi sono seicentocinquanta, per Kyiv è doveroso onorarli. “Questa è la nostra realtà, la guerra ha distrutto oltre ottocento infrastrutture in cui ci allenavamo. L’Ucraina ha sempre avuto un rapporto importante con lo sport, ora però ha un significato più profondo perché nelle competizioni internazionali possiamo dimostrare che la nostra volontà è vincere. Mostriamo tutta la nostra resilienza”. Il ministro ci tiene a darci un numero: “Nonostante la guerra, abbiamo la squadra olimpica più grande degli ultimi sedici anni. Abbiamo quarantasei atleti, è un segnale di forza: noi ci siamo, resistiamo”.
Il casco nero con i ventidue morti ritenuti troppo politici, troppo scandalosi dal Comitato olimpico, è finito sotto i riflettori molto più con la squalifica che lasciando che Heraskevych facesse la sua discesa. Il casco è diventato un segno di unità nazionale e nessuno lo avrebbe notato, nessuno si sarebbe interrogato sulle storie dei ventidue se non ci fosse stata la decisione di confondere un tributo con la propaganda. Bidnyi che in questi giorni segue i Giochi dall’Italia definisce la decisione del Cio “un errore” che ha generato una sorpresa iniziale, ma dalle prime polemiche si capiva che avrebbe portato alla squalifica di “Vladyslav”. Chiama l’atleta per nome, come ormai per nome si riferisce a lui molta gente che gli sta mandando messaggi di solidarietà, definendolo un eroe nazionale. Heraskevych ha portato l’Ucraina al centro delle Olimpiadi, quello che doveva essere oscurato adesso è sotto gli occhi di tutti. La Russia gareggia senza bandiera e invece gli atleti ucraini sbattono in faccia le conseguenze di una guerra di cui tanti in Europa dicono di essere stanchi. Finora il Cio era stato chiaro con la Russia, bandendola prima per lo scandalo del doping e poi per la decisione del Comitato olimpico russo (Roc) di annettere, oltre ai territori dell’Ucraina, anche le associazioni sportive create nelle regioni sotto occupazione. “Non capiamo perché alcuni leader sportivi si stiano ammorbidendo. Nulla è cambiato in Ucraina, Mosca non ha smesso di uccidere, anzi la situazione peggiora. Non c’è una ragione trasparente per cambiare opinione”, conclude Matvii Bidnyi, che le ragioni occulte neppure tenta di trovarle. Forse le dà per scontate.