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Perché il Giappone entra nel programma Nato per l'Ucraina

Giulia Pompili

La sicurezza dell'Indo-Pacifico connessa a quella europea. Dopo le elezioni, arriva la vera sfida di Sanae Takaichi: cambiare il paese, ma fino a che punto?

Il Giappone si prepara a entrare, per la prima volta in modo diretto, in un’iniziativa guidata dalla Nato per sostenere militarmente l’Ucraina. A rivelarlo è stata ieri la Nhk, l’emittente statale giapponese, che ha fatto sapere che il governo di Tokyo sta per annunciare la sua adesione al meccanismo creato dall’Alleanza atlantica nel luglio del 2025 per coordinare l’acquisto e la consegna a Kyiv di munizioni ed equipaggiamenti di produzione americana da parte di un gruppo di paesi – una ventina per il momento, tra cui anche Australia e Nuova Zelanda. Per il Giappone però si tratta di una decisione politica rilevante, per almeno due ragioni: da un lato per via delle leggi che limitano il suo potenziale sostegno militare all’estero, e dall’altro perché si tratta di uno dei primi segnali del governo della prima ministra Sanae Takaichi, che ha stravinto le elezioni di domenica scorsa e inizia un nuovo mandato con una chiara postura internazionale.

 

 

Nel giro di pochi mesi, Takaichi ha cancellato decenni di tradizionale ambiguità strategica del Giappone, non solo su Taiwan e nei rapporti con la Cina, ma anche per quel che riguarda il potenziale contributo giapponese all’Alleanza atlantica – di cui non è membro ma certamente uno dei principali partner asiatici. Il predecessore e mentore di Takaichi, il primo ministro Shinzo Abe, nel 2014 aveva scelto la strada del dialogo con la Russia di Putin che aveva appena invaso la Crimea, aderendo solo in parte alle sanzioni occidentali. In questo la nuova prima ministra sembra molto più determinata. La Costituzione pacifista del Giappone del Dopoguerra mette diversi vincoli al paese su armamenti da fornire all’estero, e secondo Nhk Tokyo offrirà a Kyiv solo aiuti non letali, ma finora il Giappone resta uno dei sostenitori più solidi di Kyiv: secondo un’analisi di Osw menzionata dal Kyiv Independent, finora ha già destinato circa 15 miliardi di dollari (in larga parte tra fondi, finanza e assistenza umanitaria) e ne ha messi in agenda altri 3,5 miliardi. L’ingresso nella piattaforma di aiuti militari all’Ucraina è un messaggio concreto ed esplicito: in questo momento per il Giappone la sicurezza europea è cruciale, più di quanto l’Europa consideri importante quella dell’Indo-Pacifico. E Tokyo vede con più chiarezza e lucidità l’alleanza fra Russia e Repubblica popolare cinese e il contributo di destabilizzazione offerto dalla Corea del nord di Kim Jong Un.

 


E’ soprattutto su questo che la scommessa di Sanae Takaichi ha premiato, un certo grado di coerenza anche nella politica estera che l’opinione pubblica non intravedeva nei precedenti leader. Ma ora la premier giapponese entra nel vivo della sfida delle riforme. Quella del Partito liberal democratico, che sembrava prossimo alla catastrofe visti gli scandali che lo hanno colpito negli ultimi anni, è stata invece una vittoria schiacciante, con oltre 310 seggi conquistati, pari a circa due terzi del totale della Camera bassa. E la coalizione di governo formata con il Nippon Ishin ha ottenuto complessivamente 352 seggi: una maggioranza amplissima per approvare riforme strutturali – resta ancora materia oscura il motivo per cui le opposizioni di centrosinistra, che per la prima volta nella storia si erano coalizzate nell’Alleanza riformista centrista, hanno subìto una sconfitta pesantissima, ottenendo meno della metà dei seggi rispetto a quelli che avevano prima del voto. Ieri un editoriale dell’Asahi, quotidiano di area liberal, scriveva che Takaichi deve stare attenta a non usare con troppa disinvoltura adesso questo potere, soprattutto nelle riforme che possono cambiare “radicalmente la natura del Giappone”. Tra queste si parla di argomenti tabù per il paese, tra cui la revisione dei tre documenti sulla Sicurezza nazionale, l’eliminazione delle restrizioni sulle esportazioni di armamenti, una legge antispionaggio, la creazione di un nuovo reato per la “profanazione della bandiera nazionale”, il potenziale ripristino dei gradi utilizzati dall’esercito imperiale giapponese, e sopra a ogni altra cosa la proposta di revisione costituzionale dell’articolo 9, quello che impone al Giappone solo Forze di autodifesa e non delle regolari Forze armate. Il dubbio però, sollevato anche nei giorni scorsi, è che la destra a guida Takaichi (certo aiutata dall’estrema destra populista) voglia procedere con delle riforme che sì, sono state una bandiera del nazionalismo, ma che oggi regolarizzerebbero la posizione e il potenziale contributo del Giappone nella sicurezza dell’Indo-Pacifico e nel mondo. Non è un caso se a insistere sulla propaganda antigiapponese e sul pericolo imperialista di Takaichi oggi sia proprio la Cina, aiutata dalla disinformazione russa. Secondo diversi osservatori, Takaichi ha la possibilità di cambiare e modernizzare la quarta economia del mondo: come prima decisione, ha scelto di non mollare l’Ucraina, e sembra già un segnale.  

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.