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senza bussola
La dottrina dell'imprevedibilità di Trump è la nuova deterrenza americana nel mondo
Dai dazi alla rimozione di Nicolás Maduro dal Venezuela, passando per il possibile attacco in Iran e l'idea di acquisire la Groenlandia. L'apparente assenza di una strategia nella politica estera è diventata un asset della sua presidenza e una minaccia costante per i suoi avversari
Washington. L’anno di presidenza di Donald Trump è stato segnato da una serie di decisioni sulla scena internazionale. In medio oriente, Washington ha irrigidito la pressione sull’Iran, incorniciando lo scontro attorno al rischio nucleare e all’antagonismo verso il regime iraniano. In America latina, le forze statunitensi hanno rimosso Nicolás Maduro dal potere in Venezuela, facendolo senza una presenza militare di lungo periodo e senza il caos che alcuni avevano previsto. In Europa, Trump ha ventilato apertamente l’idea di acquisire la Groenlandia, innescando una rara rottura pubblica con un alleato Nato e costringendo i governi europei a chiedersi fin dove Washington possa essere disposta a spingere la propria leva. A Gaza, gli Stati Uniti hanno contribuito a imporre un cessate il fuoco usando relazioni personali e una pressione pesante. E sopra tutto incombeva l’Ucraina: una guerra che Trump ha giurato di finire, ma finora senza riuscirci, con conversazioni che proseguono in Europa e negli Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza per il dopo. Ma guardando da lontano, dai dazi agli interventi esteri e alle minacce di intervento, esiste una dottrina o una strategia che definisca la sua presidenza? “L’errore è cercare di imporre più coerenza di quanta ce ne sia davvero”, spiega Eliot Cohen, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies ed ex consigliere del dipartimento di stato. “La personalità di Donald Trump è mutevole, instabile e cangiante, capricciosa e dipendente dalle personalità. La sua impostazione di base non è guidata dai valori. E’ transazionale”.
Nel dibattito di politica estera negli Stati Uniti, i falchi – più spesso repubblicani – favoriscono l’uso all’estero del potere militare ed economico, mentre le colombe – tradizionalmente democratiche – insistono su diplomazia e moderazione. L’isolazionismo taglia trasversalmente i partiti, chiedendo un ruolo globale ridotto e meno coinvolgimento all’estero. Quell’istinto, dominante prima della Seconda guerra mondiale, è riemerso in entrambi i partiti, con sostenitori che vogliono meno spesa militare oltremare e più attenzione in patria. Ma Trump dove si colloca in tutto questo? “Ha una sorta di atteggiamento transazionale, da realpolitik, verso il resto del mondo”, secondo Cohen. “Non è un isolazionista. Non è avverso all’uso del potere militare. Ma è una deviazione da ciò che abbiamo avuto dalla Seconda guerra mondiale”. Per gran parte del Dopoguerra, un ampio consenso bipartisan ha plasmato il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, in particolare sulle relazioni transatlantiche e sulla sicurezza collettiva. Democratici e repubblicani hanno sostenuto la Nato, una presenza militare americana continuativa in Europa, e l’idea che la leadership americana sorreggesse la sicurezza globale. Dopo la caduta del Muro di Berlino, la minaccia percepita da Mosca è sbiadita, l’impegno economico ha avuto la precedenza sulla competizione strategica, e presidenti americani successivi hanno ridotto costantemente l’impronta americana in Europa fino all’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.
Guardando alle sfide che gli Stati Uniti affrontano, l’Amministrazione Trump sostiene che anni di linguaggio diplomatico sotto democratici e repubblicani abbiano prodotto pochi risultati. L’Europa non ha aumentato la spesa militare, l’Iran ha continuato ad avanzare nel suo programma nucleare, l’aggressione russa in Ucraina è proseguita, e la Cina ha ampliato la propria presenza in America latina e oltre. La Casa Bianca ha risposto con un approccio più pragmatico, segnato da linguaggio diretto e minacce, anche verso l’Europa. Trump vede l’Europa come qualcuno che ha fatto affidamento sulla protezione americana dando poco in cambio, perseguendo politiche schizofreniche come approfondire i legami energetici con la Russia attraverso progetti come Nord Stream 2 e bloccare un percorso verso la sicurezza per paesi come Georgia e Ucraina al vertice di Bucarest del 2008, mentre si fronteggiava l’avventurismo militare russo. Quelle decisioni oggi perseguitano il continente. “Se guardi sia la National security strategy sia la nuova National defense strategy, criticano soprattutto l’Europa per la cancellazione della propria civiltà, per avere tutti questi immigrati, per non fare la propria parte nella Nato, per trascurare le proprie difese”, osserva Angela Stent, senior fellow all’American Enterprise Institute e docente alla Georgetown University. “Gli europei hanno passato il primo anno cercando di placare Trump. Poi con la Groenlandia hanno capito che questo non aveva ottenuto granché. Se fai resistenza, lui se ne accorge di sicuro”. All’interno dell’Amministrazione, i dibattiti di politica estera tendono ormai a disporsi lungo due grandi linee. Un gruppo, associato al segretario di stato Marco Rubio, è favorevole a un ruolo americano attivo all’estero, sostenendo che la pressione degli Stati Uniti sia necessaria per orientare gli esiti e limitare l’espansione delle potenze rivali. Un altro, legato al vicepresidente J.D. Vance, ha una visione più contenuta, mette in dubbio i ritorni di un impegno prolungato e sostiene che il potere americano vada usato in modo selettivo e parsimonioso. Anche se resta poco chiaro quanta influenza abbia davvero, alla fine, l’uno o l’altro campo.
“Presiede una coalizione di persone con visioni diverse, ma direi che la linea di divisione di base è tra persone più o meno internazionaliste tradizionali come Rubio e persone molto più vicine agli isolazionisti, dove metterei Vance. E’ uno spettro, ma c’è quello”, spiega Cohen, ma nota che alla fine: “Trump è l’unico che conta”. Media e ambienti di politica estera hanno battezzato le mosse di Trump come dottrina Donroe, una crasi fra Donald Trump e la dottrina Monroe del XIX secolo, per la spinta dell’Amministrazione a riaffermare la dominanza statunitense nell’intero emisfero occidentale. Formalmente incorporata nella National security strategy del 2025 come “Trump Corollary”, la politica rivendica il primato degli Stati Uniti nelle Americhe e adotta una linea di tolleranza zero verso influenze esterne, in particolare dalla Cina. Ma considerando che l’Iran non è in America latina, questa lettura ha i suoi limiti. “Non è semplicemente concentrato sulla politica estera emisferica. Questo non è vero. Compirà azioni che nessun altro compirebbe quando si presenta l’opportunità”, dice al Foglio Ken Weinstein, del think tank conservatore Hudson Institute con base a Washington. “L’idea di estrarre Maduro, bombardare il programma nucleare iraniano: sono cose che nessun altro avrebbe fatto. Tutte queste cose hanno echi per la Cina. Quando i cinesi vedono Maduro prelevato, o quando vedono la possibilità che gli Stati Uniti possano seriamente bloccare l’Iran, che è la loro principale fonte di energia, manda un segnale chiarissimo a Xi Jinping su cosa non fare riguardo Taiwan. Questo fa parte di una strategia molto più ampia ma non dichiarata. Trump non è un pensatore strategico. E’ istintivo. Non spiega quello che sta facendo, ma capisce le implicazioni più ampie”.
Man mano che è cresciuta la preoccupazione per le ambizioni della Cina, alcuni hanno ipotizzato che la politica dell’amministrazione verso la Russia sia un tentativo di indebolire Pechino attirando Mosca più vicino a Washington. “L’idea che si potessero in qualche modo separare Russia e Cina, quella c’era all’inizio. Non credo sia più una visione viva”, dice Cohen. La realtà potrebbe essersi messa di mezzo al tentativo di Washington di un “Reverse Kissinger”, riecheggiando la strategia americana della Guerra fredda di sfruttare la frattura sino-sovietica per isolare la Cina. Indebolire il potere occidentale resta un obiettivo centrale della politica estera russa e cinese. Mosca ha pochi incentivi ad allontanarsi dalla Cina se farlo rafforzerebbe gli Stati Uniti. Inoltre, la dipendenza crescente della Russia da Pechino dopo la guerra in Ucraina limita ulteriormente il suo margine di manovra. “E’ un’illusione”, dice Stent. “La Russia dipende molto dalla Cina per continuare la sua guerra in Ucraina. Sta ricevendo tutti i componenti per le armi e probabilmente alcune armi dalla Cina. Non butterà via tutto questo per una relazione. Sono contenti che Trump sia al potere, perché sta indebolendo l’alleanza occidentale. Ma credo lo considerino anche in qualche modo imprevedibile”. Quell’imprevedibilità è diventata un asset per Trump. Dà alle mosse del presidente un’ambiguità strategica in cui nessuno può essere certo di cosa farà dopo o se intenda davvero ciò che dice, rendendo costoso per gli altri paesi non prenderlo sul serio.
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