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in siria
Damasco riconquista il campo petrolifero di al Omar. Gli investimenti per ripristinarlo
Tra i "trofei" che le Forze governative hanno sottratto alle Forze democratiche guidate dai curdi, riconquistando la parte orientale della regione di Deir Ezzor, c'è anche il più grande giacimento del paese. Ma ora serviranno risorse enormi per rimetterlo in modo. Un reportage
Campo petrolifero di al Omar, Siria. Vetri infranti e muri anneriti negli edifici principali lasciano intuire un tentativo deliberato di distruggere le strutture più di quanto non avesse già fatto oltre un decennio di guerra. Lungo la strada, graffiti con simboli di Ypg e Hat – sigle di diverse sezioni delle forze curde che in passato controllavano la zona – ricoprono i muri, accanto a munizioni abbandonate e a ritratti floreali dei “martiri” curdi, in questa provincia interamente araba. Oltre, si estendono gli impianti petroliferi arrugginiti e pesantemente danneggiati, e chilometri infiniti di deserto fino al confine con l’Iraq.
Nel giro di pochi giorni, alla fine di gennaio, le forze governative siriane hanno riconquistato la parte orientale della regione di Deir Ezzor, ricca di risorse, sottraendola alle Forze democratiche siriane (Sdf) guidate dai curdi. Tra i “trofei” c’era il più grande giacimento petrolifero del paese, quello di al Omar. Il Foglio ha visitato il sito e una sezione che in passato era stata utilizzata sia dalle Sdf sia dalla coalizione internazionale a guida statunitense contro lo Stato islamico (Is), il giorno dopo la riconquista. “Dov’era la prigione?”, ha chiesto un uomo. “Forse da quella parte?”, ha risposto uno dei miliziani mascherati incaricati della sorveglianza, indicando un edificio anonimo di due piani. “Forse sotto l’edificio. Ma fate attenzione, potrebbero averlo minato”. La presa del sito è avvenuta con poche vittime, hanno raccontato al Foglio alcuni abitanti della zona: “Le Sdf sapevano di essere odiate, dopo averci rubato il petrolio per tanti anni. Non hanno opposto molta resistenza. Sono fuggite verso nord in fretta”.
All’inizio di febbraio, il portavoce delle Sdf Farhad Shami ha dichiarato al canale curdo Ronahi TV che, tra i 12.000 membri delle Sdf uccisi nella guerra contro l’IS, 5.821 erano arabi. Molti di questi combattenti arabi, che avevano lottato al fianco dei curdi, hanno poi denunciato discriminazioni, arresti arbitrari, omicidi mirati e intimidazioni da parte dei comandanti non siriani del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), strettamente legati ai vertici delle Sdf. Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Unione europea e Turchia. Un incontro tenutosi il 9 febbraio a Riad, in Arabia Saudita, per discutere la cooperazione internazionale contro l’Is, è apparso come ulteriore conferma del fatto che le Sdf sono, di fatto, finite. “I partecipanti hanno accolto la Siria come 90º membro della Coalizione anti Isis. I membri della Coalizione hanno sottolineato la loro disponibilità a collaborare strettamente con il governo siriano e hanno invitato i partner a fornire sostegno diretto agli sforzi siriani e iracheni”, si legge nella dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Prima della guerra civile siriana, esplosa nel 2011 dopo la repressione violenta delle proteste popolari, il giacimento di al Omar era gestito in joint venture tra la Syrian Petroleum Company e la multinazionale britannica Shell. Successivamente Shell ha sospeso le sue attività e l’Unione europea ha imposto sanzioni al settore petrolifero siriano. A metà del 2014, dopo numerose battaglie e l’assedio dei ribelli locali, lo Stato islamico (Is) aveva conquistato il giacimento. Entro il 2015, la maggior parte delle risorse petrolifere e di gas del paese era nelle mani dell’organizzazione terroristica.
Fu proprio qui che, nel maggio 2015, un’operazione delle forze speciali statunitensi tentò di catturare un comandante tunisino dell’Is noto come Abu Sayyaf. L’uomo resistette e venne ucciso in uno scontro a fuoco. Le forze speciali Delta riuscirono però a catturare la moglie irachena e a ottenere una grande quantità di informazioni di intelligence. La donna fu poi trasferita nella regione del Kurdistan iracheno: contro di lei fu aperto un procedimento negli Stati Uniti con l’accusa di aver ridotto in schiavitù donne e ragazze, e di aver tenuto nella propria abitazione l’operatrice umanitaria americana Kayla Mueller, costretta – come altre – a subire violenze sessuali da parte di miliziani dell’Is, incluso il leader Abu Bakr al Baghdadi. I profitti illeciti derivanti da questo giacimento e da altre risorse naturali della zona furono fondamentali per pratiche simili. Secondo gli abitanti locali, sia l’Is sia le Sdf – che avevano conquistato il giacimento nel 2017 con il sostegno degli Stati Uniti – hanno sfruttato le risorse naturali della comunità, opprimendo la popolazione. Un funzionario del ministero del Petrolio siriano ha dichiarato, dopo la riconquista del campo, che anche Shell aveva deciso di ritirarsi definitivamente e che “il giacimento diventerà interamente nostro. Lo gestiremo con il nostro personale tecnico e ingegneristico siriano”, ha detto. Il ripristino dell’impianto, tuttavia, richiederà investimenti enormi, a giudicare dalle attrezzature pesantemente danneggiate ancora sul terreno.
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