L'editoriale del direttore
Kyiv, Teheran, Lai. Libertà rimosse che valgono più di Pucci
Tre battaglie che mancano tra destra e sinistra. Storie liberticide che appassionano meno di Sanremo
La difesa della libertà, da qualche tempo a questa parte, è diventata, in Italia, una disciplina speciale, praticamente olimpica, sostanzialmente a cinque cerchi: piace a tutti, si porta sempre, è comoda, permette di autoattribuirsi patenti di grande presentabilità. Se difendi la libertà, qualunque essa sia, non puoi che esserne un paladino, o se volete un tedoforo, o almeno questo è il ragionamento di chi usa la difesa della libertà per autoassolversi da tutti i peccati. A difesa della libertà, negli ultimi giorni, si sono mossi in tanti, per le ragioni più varie. Si è mossa la destra, con tutto il governo, ma proprio tutto, per protestare con forza contro la clamorosa esclusione da Sanremo del comico Andrea Pucci (tesi: è stata la sinistra “liberticida” a spingere Pucci lontano da Sanremo). Si è mossa la sinistra, in modo compatto, per protestare contro le misure “liberticide” del governo sulla sicurezza (tesi: la destra ha consentito agli estremisti di andare in piazza a picchiare i poliziotti per portare in Consiglio dei ministri provvedimenti ispirati alla dottrina securitaria). Si sono mossi molti attivisti e manifestanti negli ultimi giorni per difendere il mondo libero dalla presenza anche alle Olimpiadi dell’Ice, della Immigration and Customs Enforcement americana (tesi: gli organizzatori delle Olimpiadi che consentono di portare in Italia una forza di polizia che in America si è macchiata di delitti ingiustificabili sono essi stessi complici di quei delitti). La difesa della libertà, specie quando quella libertà è facile da difendere, è come l’immersione nelle acque del Giordano: purifica. Ma quando la difesa della libertà viene messa in campo su questioni simboliche o marginali e viene tolta invece dal campo quando le questioni sono più complesse e dunque sostanziali, risulta evidente che i difensori della libertà somigliano più ad apprendisti stregoni che ad argini contro gli istinti liberticidi che vi sono in giro per il mondo. Sarebbe dunque prezioso, in queste ore, vedere schierati a difesa della libertà di Jimmy Lai, editore di Hong Kong, fondatore dell’Apple Daily, già in carcere per aver difeso la libertà di stampa, condannato ieri a una pena di vent’anni per aver provato a difendere le libertà civili a Hong Kong e per questo giudicato colpevole dal regime cinese di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere, tutti coloro che hanno speso molto tempo nelle ultime ore a difendere il diritto di satira di Andrea Pucci.
Lai non verrà invitato a Sanremo, ma la sua causa dovrebbe pesare almeno come quella di un comico vittima di una shitstorm. Non è andata così. Lo stesso si potrebbe dire, a sinistra, per un’altra causa che non riesce ad appassionare il progressista collettivo: l’Iran. Due giorni fa, Narges Mohammadi, attivista per i diritti delle donne in Iran, premiata nel 2023 con il Nobel per la Pace, ha ricevuto una nuova pena, una nuova condanna, e agli anni di carcere a cui era stata già condannata (13, più 154 frustate) ne ha dovuti aggiungere altri sette. Accusa: associazione a delinquere, cospirazione e attività di propaganda. Manifestazioni convocate a sinistra? Proteste dei centri sociali sotto le ambasciate iraniane? Campagne social contro gli ayatollah? Nulla. Lo stesso si potrebbe dire, a proposito di libertà dimenticate, del disinteresse assoluto per la mattanza dei cristiani da parte dei gruppi islamisti concentrati in alcune aree dell’Africa subsahariana: in Nigeria (Boko Haram), in Burkina Faso, in Mali e in Niger (i jihadisti). Notizie di manifestazioni, scioperi della Cgil, serrate dell’Atac, scuole occupate per i cristiani trucidati? Zero, naturalmente.
Le libertà si difendono quando permettono di creare nemici immaginari, la sinistra a rimorchio dei black bloc, la destra a rimorchio del fascismo. Quando però i nemici della libertà diventano poco immaginari e molto concreti succede che i difensori della libertà si affumano, si ricordano di avere di meglio da fare, dimenticano la password dei propri account social e tendono a occuparsi di altro. Ci sono difese della libertà facili da maneggiare. Ci sono difese della libertà difficili da maneggiare. E forse tra le difese della libertà più difficili da maneggiare ce n’è una intorno alla quale si ragionerà oggi in Parlamento: il decreto sull’Ucraina. Il governo, su questo decreto, con il quale si garantiranno anche per quest’anno aiuti finanziari, umanitari e militari all’Ucraina, ha deciso di porre la fiducia per scongiurare un rischio emerso plasticamente nella giornata di ieri: la trasformazione dell’articolo 1 del decreto, quello che proroga l’invio di mezzi militari a Kyiv, in un’occasione di divisione nella maggioranza. Ieri, prima della scelta del governo di porre il voto di fiducia, a presentare emendamenti per sopprimere l’articolo 1 del decreto sono stati in prima battuta i tre deputati vicini a Roberto Vannacci, consapevoli che su questo tema molti salviniani della Lega hanno idee più simili a Vannacci che a Meloni, e poi emendamenti analoghi sono arrivati anche da Avs e dal M5s. Ognuno è libero di difendere le libertà che crede. Ma la prossima volta che da destra e da sinistra si leverà un appello contro gli istinti liberticidi dei propri avversari varrà la pena chiedersi se l’attenzione dedicata ai nemici della libertà non immaginari è pari a quella dedicata ai nemici della libertà immaginari. Non si tratta di moralismo: si tratta semplicemente di saper distinguere che differenza c’è tra essere argini contro gli istinti liberticidi veri ed essere liberi di difendere la libertà solo quando questa è minacciata con un tweet.
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