Jimmy Lai, una condanna a morte
Vent'anni di carcere al tycoon. Quello che non siamo riusciti a fare, consegnando così tanto potere a Pechino, per salvare dalla repressione il simbolo della democrazia a Hong Kong
Per decenni Jimmy Lai è stato la voce della libertà e della democrazia di Hong Kong. Ha insegnato a una generazione a protestare, a fare resistenza civile, a usare l’informazione per sconfiggere l’autoritarismo imposto dal Partito comunista cinese. Non è servito. Ieri un tribunale di Hong Kong ha condannato l’editore di 78 anni, che soffre di diabete e problemi al cuore, a vent’anni di carcere. A dicembre era stato ritenuto colpevole di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e di pubblicazione di materiali sediziosi attraverso il suo giornale, l’Apple Daily, che nel frattempo è stato chiuso, cancellato, i suoi giornalisti arrestati e intimiditi. La finestra temporale fra la sentenza e la condanna era quella che la comunità internazionale avrebbe potuto sfruttare per liberare un prigioniero politico. Non è successo.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca era diventata quasi una speranza per le decine di attivisti sotto processo – anche in contumacia, molti di loro sono riusciti a scappare in tempo in America e Europa – e per quelli in carcere, ma soprattutto per la famiglia di Jimmy Lai. Durante il suo primo mandato Trump era stato particolarmente duro con la Cina, e anche di recente aveva detto che avrebbe parlato del caso Lai direttamente con il leader Xi Jinping. La stessa promessa fatta anche dal primo ministro inglese Keir Starmer, che dieci giorni fa è volato a Pechino per “ripartire da zero” nelle relazioni con la Repubblica popolare cinese. Starmer era tornato a Londra però con una visita di stato considerata un mezzo disastro, pochissimi affari e l’assicurazione concessa a Xi che la sua nuova mega ambasciata alla vecchia Zecca reale si farà, nonostante i dubbi dei residenti e delle agenzie d’intelligence. Eppure la sorte di Jimmy Lai, che è anche cittadino britannico, sembra sempre più vicina a quella di Liu Xiaobo, il celebre scrittore dissidente e premio Nobel per la Pace nel 2010, arrestato alla fine del 2009 e morto in carcere nel 2017. Figure diverse, certo: Liu era un intellettuale, uno dei redattori della Charta08, e per questo fu condannato a undici anni di carcere. La Corte di Hong Kong ha considerato Jimmy Lai perfino più pericoloso, dandogli nove anni in più rispetto alla sentenza comminata a Liu Xiaobo. C’è un motivo: Lai è il simbolo di una generazione di imprenditori geniali e di un’identità, quella di Hong Kong, che è stata forgiata nella democrazia e nelle opportunità offerte dai princìpi di libertà. Solo lui poteva essere il fondatore di un giornale come l’Apple Daily, che faceva politica e satira e gossip con la medesima dignità, un tabloid che faceva paura ai potenti ma più di tutti al Partito comunista cinese, esponendo per vent’anni i tentativi della leadership cinese di erodere l’autonomia dell’ex colonia inglese. Fino a quando non ci è riuscita davvero, completamente, il 30 giugno del 2020, con l’imposizione della Legge sulla Sicurezza nazionale. Nel frattempo il mondo si è voltato dall’altra parte, la diplomazia e la politica internazionale hanno rinunciato ai propri strumenti, mentre la Cina sottometteva una città all’autoritarismo più pericoloso, quello della vendetta.
Nella nuova corsa a ingraziarsi Pechino da parte dei leader occidentali, la condanna di Lai sembra la prova che non c’è un solo paese – nemmeno l’America di Trump – in grado di avere un’influenza sulla Repubblica popolare cinese. E i rapporti bilaterali non hanno più a che fare con i diritti umani, con i principi di libertà e democrazia.
Ieri il capo dell’esecutivo di Hong Kong, John Lee, è volato a Pechino, e prima di partire ha fatto sapere che la condanna di Lai è stata “profondamente gratificante”, perché “i crimini di Jimmy Lai sono atroci ed estremamente malvagi. La sua pesante condanna a 20 anni di reclusione dimostra lo Stato di diritto, sostiene la giustizia ed è profondamente gratificante”. Nel suo discorso di accettazione del Nobel letto in absentia, Liu Xiaobo scrisse: “La libertà di espressione è il fondamento dei diritti umani, la fonte dell’umanità e la madre della verità. Strangolare la libertà di parola significa calpestare i diritti umani, soffocare l’umanità e reprimere la verità”. Jimmy Lai è in carcere per ricordarcelo ogni giorno.