La Difesa in orbita
Nella mente di Iride, ovvero il ritorno della politica industriale spaziale
“E' evidente che oggi, quando si progettano nuove tecnologie spaziali, non si può più pensare solo alla loro valenza commerciale”
A Torino Argotec produce satelliti in serie per la costellazione finanziata dal governo. Una strategia di successo a cui ora manca un passaggio più politico: come trasformare un investimento pubblico miliardario in un’infrastruttura sostenibile. Parla l'ad David Avino
A Torino, mentre la città continua a svuotarsi di fabbriche d’auto, nello Space Park di Argotec si producono satelliti in serie. Otto costruiti in venti mesi — un record per un settore abituato a tempi ben più lunghi — e altri diciassette pronti al lancio nel 2026. Sono i satelliti della costellazione IRIDE, progetto finanziato dal governo con fondi del Pnrr, che prevede il dispiegamento di oltre sessanta satelliti, tutti realizzati da aziende italiane. Una storia di successo industriale, quella di Argotec e di IRIDE, che però si confronta ancora con ritardi, incertezze e burocrazia.
IRIDE nasce per osservare la Terra con tecnologie diverse: ogni azienda coinvolta nella costellazione è responsabile di una tipologia specifica di satelliti. Una scelta non convenzionale che, secondo David Avino, fondatore e amministratore delegato di Argotec, ha funzionato. “Questo contratto è stato un volano”, spiega. “Ci ha permesso di creare una Space Factory capace di produrre satelliti in serie, cosa che prima del Pnrr non era possibile. E’ stato un vero investimento sull’azienda”.
Ma i satelliti non servono solo a stare in orbita. Servono a produrre dati. E il vero nodo, oggi, è cosa farne. Lo si capisce bene in giorni come questi, quando eventi estremi come il ciclone Harry colpiscono il Sud Italia e la disponibilità di dati aggiornati sul territorio diventa cruciale. “Stiamo lavorando sullo sfruttamento di questi dati”, dice Avino, “ma mancano ancora indicazioni chiare da parte del governo. Non solo sull’uso all’interno della pubblica amministrazione, ma anche sulla possibilità di venderli a terzi”.
L’idea è quella classica della space economy: creare un circolo virtuoso in cui i dati prodotti dai satelliti — anche quelli in eccesso rispetto alle esigenze pubbliche — possano essere commercializzati, finanziando così la manutenzione e il rinnovo della costellazione, senza dover tornare ciclicamente a chiedere nuovi fondi pubblici. Una proposta che Argotec ha avanzato più volte e che, per ora, resta in attesa di una decisione politica.
Nel frattempo, il programma va avanti. Nel 2026 Argotec prevede di portare in orbita altri diciassette satelliti IRIDE, il doppio rispetto al 2025, mentre nello Space Park alle porte di Torino sono in costruzione anche satelliti per clienti internazionali. Numeri che raccontano la crescita di un settore — quello della space economy — sempre più trainato da applicazioni dual use, civili e militari insieme.
“La convergenza non è necessariamente negativa”, osserva Avino. “Ma è evidente che oggi, quando si progettano nuove tecnologie spaziali, non si può più pensare solo alla loro valenza commerciale”. Ancora una volta, dunque, è la Difesa a fare da motore a un comparto industriale che la sola domanda civile faticava a sostenere.
Molti passaggi, per IRIDE e per il settore spaziale italiano, restano aperti. E’ ormai chiaro che non tutti i satelliti della costellazione saranno lanciati entro giugno 2026, prima scadenza del Pnrr. Ma lo sforzo industriale c’è stato, ed è significativo. Ora il problema è finalizzarlo: attraverso l’uso istituzionale dei dati, certo, ma forse anche attraverso la loro commercializzazione. Una richiesta che appare tutt’altro che irragionevole, dopo oltre un miliardo di euro investiti nella “costellazione di costellazioni” voluta dal governo.
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