Keir Starmer (Lapresse)
A Londra
Nel tritacarne laburista finisce Morgan McSweeney, la mente di Starmer
L’architetto della vittoria elettorale del premier britannico si è dimesso. Gli Epstein files continuano a mietere vittime, che non sono Donald Trump, come molti speravano, e lo fanno in particolare nel Regno Unito
Morgan McSweeney, l’architetto della vittoria elettorale del premier britannico Keir Starmer e il suo chief of staff, si è dimesso ieri: o lui o Starmer, si diceva, ed è lui. Gli Epstein files – i messaggi del finanziere-pedofilo amico di mezzo mondo – continuano a mietere vittime che non sono Donald Trump, come molti speravano, e lo fanno in particolare nel Regno Unito.
La ragione delle dimissioni inevitabili di McSweeney è Peter Mandelson, che in quei files compare più e più volte, anche in una foto in mutande, e che era stato nominato, un anno fa, ambasciatore britannico negli Stati Uniti: buona parte del governo e dei parlamentari laburisti erano contrari a quella nomina, più per ostilità accumulate nei decenni che per via di Epstein, ma Starmer lo scelse comunque, perché McSweeney insisteva e insisteva.
La linea di difesa del governo oggi è che Mandelson ha mentito a tutti, ha tradito la fiducia di tutti: non sapevamo che il suo rapporto con Epstein fosse così stretto e che non si trattasse soltanto di amicizia. Alla fine dell’anno scorso, quando era stata pubblicata una parte dei files, Mandelson si era dimesso: in realtà il governo di Londra aveva tentato per un paio di giorni di difenderlo – nei documenti c’era il biglietto di auguri per il famigerato cinquantesimo compleanno di Epstein, quello per cui anche Trump scrisse il suo augurio sul biglietto con il disegnino di una donna nuda e la firma ad altezza pube svelato dal Wall Street Journal, e nei documenti c’erano consigli vari di Mandelson a Epstein per difendersi dalle accuse di traffico e abuso sessuali – ma poi si era arreso: non si poteva morire per Mandelson. In quest’ultima tranche, ci sono messaggi ben più compromettenti, al di là della fotografia che comunque è quella che resterà come simbolo di questo scandalo: tra il 2003 e il 2004, Epstein aveva inviato a Mandelson 75 mila dollari in tre diversi pagamenti (non si sa per cosa); tra il 2009 e il 2010, Mandelson, che era ministro al Business, aveva condiviso con Epstein documenti governativi in almeno quattro diverse occasioni, e alcuni potevano avere una rilevanza sull’andamento dei mercati. Sabato ci sono state delle perquisizioni a casa di Mandelson, e si è scoperto che ha preso una buonuscita corposa dopo che si è dimesso da ambasciatore – il dettaglio che riassume l’attaccamento di Mandelson al denaro, cosa conosciuta a tutti, lo scriveva ieri il Sunday Times: “Alcune fonti dicono che Mandelson abbia chiesto una cifra molto più alta di quella che ha ricevuto”.
Starmer e McSweeney sostengono di essere stati anche loro vittime delle bugie di Mandelson, ma i loro compagni di partito non gli credono: questa nomina sciagurata ha catalizzato tutti i regolamenti di conti che erano già ampiamente in corso, un piatto freddo perfetto per chi covava vendetta da tempo contro Starmer e il suo chief of staff, alle prese con l’impopolarità e con continui tentativi di golpe interni. Fin dalla settimana scorsa è stato chiaro che se il premier si poteva salvare, il suo McSweeney no, e pazienza se molti di quelli che gli si sono rivoltati contro sono in Parlamento grazie a lui.
Morgan McSweeney è oggi quel che Mandelson era a metà degli anni Novanta per Tony Blair: lo stratega, quello bravo con i numeri e con la profilazione degli elettori – il “principe delle tenebre”, come viene chiamato Mandelson, di Starmer, senza quell’attaccamento al potere e ai soldi che in realtà è sempre stata la sostanza di quelle tenebre. Quando McSweeney arrivò a Londra dall’Irlanda in cui era nato, stava nascendo il New Labour blairiano: McSweeney, allora poco meno che ventenne, era uno studente svogliato senza un’idea chiara del suo futuro, ma rimase affascinato da quel partito in trasformazione, iniziò a lavorare alla reception del quartiere generale e poi finì a mettere dentro dati nel programma Excalibur, il database elettorale costruito da Mandelson. Nella lotta del fango di oggi, anche il talento di Mandelson sta essendo ridimensionato: sul Financial Times, Janan Ganesh scrive che la fama da grande stratega dell’“architetto del New Labour” “va messa in prospettiva”: di fatto i suoi consigli erano stati di “contattare gli elettori indecisi” e di “scegliere un buon leader”, nulla di che. Ma, revisionismo a parte, il problema di McSweeney oggi è che, quando è stato il suo turno di trasformare il Labour si è fatto aiutare moltissimo dal suo mentore Mandelson: a McSweeney non si deve infatti soltanto la vittoria elettorale (a valanga) del 2024, ma anche l’operazione che nel 2020 ha portato all’ascesa di Keir Starmer e allo smantellamento, piuttosto brutale, della leadership e del Labour del suo predecessore, Jeremy Corbyn. In altre parole: Starmer è una creatura (anche) di Mandelson ed è per questo che viene accusato di aver chiuso un occhio su di lui e di averlo anzi remunerato con uno degli incarichi più prestigiosi del Regno, oltre che delicatissimo visto che alla Casa Bianca c’è Donald Trump.
E’ chiaro che per McSweeney non c’era scampo. Anche perché, secondo le ricostruzioni che hanno fatto i media britannici, è stato solo lui a insistere a nominare Mandelson ambasciatore. Moltissimi avevano detto al premier che era una scelta rischiosa, ma a dire il vero pochi citavano Epstein come la ragione del loro scetticismo. Mandelson non aveva mai voluto chiarire il suo rapporto con Epstein – al Financial Times, un anno fa, poco prima di trasferirsi a Washington, aveva detto che quella su Epstein era una loro ossessione, “andate affanculo, ok?” – ed è plausibile pensare che non lo abbia fatto nemmeno con Starmer e McSweeney. E’ anche possibile che loro non abbiano fatto poi troppe domande, perché sapevano – lo sapevano tutti – che gran parte del risentimento nei confronti del premier e del suo chief of staff, via Mandelson, era dovuta alla frattura interna al Labour tra l’ala corbynista, spazzata via in malomodo, e quella nuova, moderata.
Il voto del 2024 ha dato ragione a McSweeney – la prima vittoria laburista in quattordici anni – ma il risentimento non si è placato. E’ emerso di continuo, e McSweeney lo ha gestito con tutto il disprezzo possibile, sventando golpe interni con umiliazioni varie. Era chiaro che la vendetta si sarebbe scatenata su di lui. Ora si dovrà capire se i laburisti si accontenteranno, e se Starmer riuscirà a sopravvivere nelle tenebre, senza il suo principe.
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