Le elezioni anticipate

L'azzardo del voto in Giappone premia Takaichi. Per la Cina è un problema

La prima donna leader che sembrava debole e impopolare forse stravince

Giulia Pompili

L’endorsement di Donald Trump – ma non solo – rafforza la prima ministra alla vigilia delle elezioni anticipate, che i sondaggi danno come un successo per il Partito liberal democratico. Un risultato che consoliderebbe una linea più assertiva su Taiwan e costringerebbe la Partito comunista cinese a ricalibrare la sua pressione su Tokyo

Ieri il presidente americano Donald Trump ha fatto un endorsement ufficiale alla prima ministra giapponese Sanae Takaichi, che domenica affronta le elezioni anticipate convocate per riaffermare il suo mandato a capo dell’esecutivo nipponico. Trump ha scritto sul suo social Truth che Takaichi ha “già dimostrato di essere una leader forte, potente e saggia”. In realtà la 64enne alleata di Shinzo Abe – l’ex primo ministro ucciso nel 2022 che aveva un rapporto privilegiato con Trump – è arrivata al Kantei, il palazzo del governo di Tokyo, soltanto quattro mesi fa, e pur promuovendosi come la Lady di Ferro giapponese ha avuto già parecchi problemi da affrontare, primo fra tutti proprio il rapporto con la Casa Bianca di Trump. L’Amministrazione americana  si è dimostrata piuttosto tiepida nei confronti del violentissimo boicottaggio economico, politico e diplomatico che il Giappone sta subendo da mesi da parte della Cina, dopo che la premier, appena insediata il 7 novembre scorso,  aveva suggerito che il Giappone avrebbe potuto schierare le sue Forze di autodifesa in caso di conflitto nello Stretto di Taiwan, allontanando ufficialmente il paese dalla cosiddetta ambiguità strategica sul potenziale conflitto. 

 


Per la leadership del Partito comunista cinese, che considera illegittimamente Taiwan come parte del territorio cinese, quell’affermazione è stata un  pretesto per  una campagna aggressiva contro quello che sembrava un facile nemico comune da costruire. In realtà, secondo un’esclusiva pubblicata ieri dal South China Morning Post, i tentativi di Pechino di creare un’alleanza attorno al sentimento antigiapponese sono andati  male: nel corso di dicembre, il ministero degli Esteri cinese ha convocato diversi ambasciatori dei paesi del sud-est asiatico, a cui avrebbe chiesto di schierarsi con Pechino contro Tokyo, in virtù del passato belligerante giapponese. Nessuno avrebbe aderito all’iniziativa. 

 


Le elezioni anticipate in Giappone sono spesso usate come una specie di referendum  nei confronti del leader, che è deciso in realtà da manovre interne al partito di maggioranza, il Partito liberal democratico. Per giorni i consiglieri di Takaichi, prima leader donna del Giappone (con tutte le sue contraddizioni: due settimane fa per la prima volta dopo molto tempo il capo di governo non ha partecipato alla premiazione del Torneo di Sumo di Capodanno, il più importante dell’anno, perché le donne non sono ammesse nel dohyo, l’area sacra del combattimento) hanno sconsigliato in tutti i modi di evitare l’azzardo del voto: lei sembrava troppo inesperta, troppo debole per reggere la prova. Inoltre il Partito liberal democratico, che è al governo in Giappone quasi ininterrottamente dal Dopoguerra, è ormai da anni in una spirale discendente di scandali e declino di popolarità, che ha aiutato la costruzione di una nuova insidiosa opposizione della destra populista, come il partito Sanseito. E sulla sua debolezza hanno scommesso pure le formazioni di opposizione più tradizionali, i partiti di centro e democratici che hanno formato per la prima volta una Alleanza Riformista Centrista di cui fa parte anche il Komeito, che per ventisei anni era stato nella maggioranza in coalizione con i liberal-democratici e che a ottobre, a sorpresa, aveva annunciato di volerne uscire. Insomma: fino a qualche giorno fa il quadro sembrava catastrofico sia per Takaichi sia per l’intero Partito liberal democratico. Solo che poi sono usciti i sondaggi – e i sondaggi di solito sono piuttosto affidabili, in Giappone: secondo un sondaggio dell’Asahi Shimbun, il Partito liberal democratico sarebbe sulla buona strada per ottenere molto più dei 233 seggi necessari per ottenere la maggioranza della Camera bassa alle elezioni di domenica. Insieme all’alleato Nippon Ishin (è il Partito dell’innovazione), la coalizione di governo potrebbe assicurarsi oltre 300 seggi, cioè una vittoria schiacciante. E secondo diversi analisti il merito è proprio di Sanae Takaichi, dell’immagine umana ma capace che ha dimostrato, nonostante l’azzardo di convocare il voto a ridosso di importanti esami per le università e in un periodo di temperature particolarmente rigide. Gran parte del voto sarà analizzato secondo le misure economiche prese dal governo della prima ministra (la promessa elettorale di Takaichi di sospendere l’Iva sugli alimenti ha già innervosito i mercati, alimentando le vendite su yen e titoli di stato) ma un pezzo significativo riguarda anche la politica estera e le relazioni del Giappone con la Cina. Se Takaichi, come sembra, sarà confermata a capo del governo, la leadership di Pechino sarà costretta a farci i conti.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.