Foto ANSA
Zitte sotto al velo
Il silenzio delle femministe sulla Giornata dell'hijab a New York, paura mascherata da inclusione
L'iniziativa del sindaco Mamdani fa pensare più a una proposta di moda che a una imposizione religiosa. Dal mondo del femminismo tutto tace: quello che conta, per loro, non è la libertà delle donne, ma essere “inclusivi”
"Il primo febbraio è la giornata mondiale dell’hijab. Oggi celebriamo la fede, l’identità e l’orgoglio delle donne e delle ragazze musulmane della città di New York e altrove che scelgono di indossare lo hijab, un simbolo potente della devozione e del culto del retaggio musulmano. Siamo orgogliosi di onorare gli abitanti musulmani di New York e il diritto delle donne musulmane a esprimere senza timore la propria identità dovunque nel mondo”.
No, non è una nuova “giornata mondiale” stabilita dall’Onu per richiesta/imposizione dei paesi islamici, ma un’idea del sindaco più trendy del mondo, Zohran Mamdani, da poco eletto primo cittadino di New York. E anche la presentazione grafica dell’iniziativa, corredata da visi femminili avvolti in deliziosi fazzoletti colorati, fa pensare più a una proposta di moda che a una imposizione religiosa. Sì, a New York, e poi chissà forse anche nel resto del mondo, l’hijab sta diventando molto di moda.
Del resto, nella stesura del comunicato, Mamdani è stato attento a utilizzare l’aggettivo musulmano al posto del più controverso termine islamico, che rimanda al fanatismo, agli attentati, alla violenza degli ayatollah. Mamdani è il musulmano buono, moderno, perfino socialista, che però, con questa proposta della Giornata dell’hijab, fa capire che sulle regole religiose non transige, anche per quanto riguarda la libertà delle donne. L’hijab è un segno pubblico ed eloquente della negazione di libertà per le donne, considerate implicitamente portatrici di disordine sociale e soprattutto sessuale se si presentano con i capelli e il collo in vista. Lo sanno bene le donne iraniane, che rischiano la vita per rifiutarlo.
Non risulta che le femministe locali, e neppure quelle delle altre parti del mondo, si siano preoccupate di questa giornata: quello che conta, per loro, non è la libertà delle donne, ma essere “inclusivi”, e qui vediamo cosa fa un musulmano “incluso” tanto da essere diventato sindaco. E’ triste doverlo ammettere, ma oggi il femminismo fa notizia più per i suoi silenzi – sugli atroci stupri del 7 ottobre, sulle donne iraniane ribelli giustiziate – che per le sue analisi critiche delle società patriarcali.
Ma questa giornata del velo segnala anche un altro profondo cambiamento: la fine, anzi la sconfitta della laicità, dell’idea che l’appartenenza religiosa, rigorosamente libera, dovesse interessare la sfera privata e non esibita come differenza in quella pubblica. Idea fondamentale dello stato moderno. Una sconfitta che però trascina con sé quella dei segni di appartenenza religiosa ebraici e cristiani, che invece non si possono esibire senza temere proteste violente, o almeno richiami severi alla “laicità”. Pensate se un sindaco cristiano proponesse una giornata di orgoglio della catenina con crocefisso, o uno ebreo con la stella di Davide – del resto unisex e molto meno vistosi dell’hijab – quali proteste “laiche” solleverebbe…. senza pensare a una giornata della kippah…
La nostra inclusività si sta esercitando nei confronti della cultura islamica in modo cieco e acritico, tanto da far pensare che sia in realtà motivata più dalla paura che da una vera strategia culturale.