Ansa

Ultimatum a Baghdad

Trump minaccia di soffocare l'economia dell'Iraq se al Maliki (e i pasdaran) non si fanno da parte

Luca Gambardella

La minaccia americana di impedire al governo iracheno la possibilità di attingere al proprio denaro potrebbe rivelarsi un “bazooka” dall’impatto potenzialmente distruttivo per il paese. Ma l'ex premier ha già risposto dicendo che si tratta di "un'ingerenza" e di "una violazione del sistema democratico"

L’appello di Donald Trump per un “Make Iraq Great Again”, lanciato con un post su Truth la settimana scorsa, è scaturito in un’aperta minaccia all’attuale establishment di Baghdad: se insistete nello sponsorizzare Nuri al Maliki per un terzo mandato come premier dell’Iraq, ne pagherete le conseguenze. Lo scoop di Bloomberg di due giorni fa dice che mentre Trump lanciava avvertimenti attraverso il suo social network preferito, una delegazione americana incontrava in Turchia il governatore della Banca centrale irachena, Ali al Alaq. Alcuni funzionari della Federal Reserve di New York gli hanno spiegato meglio a cosa si riferiva il presidente americano quando diceva che se al Maliki fosse stato eletto “gli Stati Uniti d’America non aiuteranno più l’Iraq, e se non saremo lì ad aiutarlo, l’Iraq avrà ZERO possibilità di successo, prosperità o libertà”. In sostanza, si parla di soffocare economicamente Baghdad.

 

Lo scenario prospettato dagli americani prevede di impedire al governo iracheno la possibilità di attingere al proprio denaro, incidentalmente depositato proprio negli Stati Uniti. Si tratta di tanti miliardi di dollari, circa una decina, tutti guadagnati dalla vendita del petrolio e che attualmente sono tutti depositati presso un conto a nome del ministero delle Finanze iracheno presso la Federal Reserve di New York. Il Development Fund for Iraq (DfI), come è denominato il fondo, fu creato nel 2011 dall’allora presidente americano Barack Obama. L’idea era quella di tenere al sicuro da qualsiasi causa legale l’enorme quantità di denaro che gli iracheni ricavavano dal settore petrolifero, ma anche e soprattutto di offrire a tutte le società che esportavano in Iraq la garanzia di essere ripagati in qualche modo. Il DfI non è rimasto immune da critiche e accuse per frodi di varia specie in questi anni, ma la cosa più importante è che comunque è da questo fondo che il governo iracheno attinge per quasi tutti i pagamenti, circa 7 miliardi di dollari per i salari pubblici e le pensioni, almeno mezzo milione di dollari in contanti ogni mese spedito per via aerea, e altri svariati milioni per garantire le importazioni di beni essenziali.

 

Sia gli iracheni sia gli americani hanno derubricato l’importanza dell’incontro in Turchia a una mera riunione tecnica. La minaccia americana potrebbe rivelarsi un “bazooka” dall’impatto potenzialmente distruttivo per il paese, che dal voto dello scorso novembre è alle prese con trattative complesse per la formazione di un nuovo governo. Secondo la Costituzione, il premier deve essere sciita e questo ha portato il Quadro di coordinamento dell’Iraq, la coalizione dei partiti sciiti, a spingere per il ritorno di al Maliki. Gli americani sono notoriamente diffidenti nei confronti dell’ex premier per una serie di ragioni. La prima è che Washington lo considera colui che ha permesso a gruppi di potere filoiraniani e alle milizie di prendere in mano le sorti dell’Iraq, facendolo cadere in una spirale di corruzione e criminalità ormai difficile da estirpare. La seconda, legata alla precedente, è che al Maliki è visto dagli americani come troppo legato all’Iran e se c’è una cosa che Trump non vuole è vedere che Baghdad diventi sempre più una periferia di Teheran. La terza motivazione è che al Maliki è visto come ossessionato dall’odio settario, coltivando un’avversione per i sunniti che, per gli americani, ha facilitato l’ascesa dello Stato islamico. L’ex premier ha risposto alle minacce americane dicendo di non avere alcuna intenzione di farsi da parte e le ha definite “un’ingerenza” e una “violazione del sistema democratico”, non facendo altro che innervosire ulteriormente la Casa Bianca.

 

Se le paure di Trump sono in buona parte fondate, è chiaro che le alternative ad al Maliki sono piuttosto scarne. Tra queste poche ci sarebbe la riconferma del premier uscente Mohammed Shia al Sudani, che è visto dagli americani come un personaggio più facile da controllare e la sua buona volontà manifestata “accogliendo” in Iraq i 7 mila prigionieri dell’Isis spostati dalle carceri siriane è stata accolta con soddisfazione dalla Casa Bianca. Al Sudani si è rivelato molto scaltro nel mantenere per tutti questi anni un’equa distanza fra gli Stati Uniti e l’Iran. Dato per spacciato subito dopo le elezioni di novembre, il premier ha invece tentato di risalire posizioni, quanto meno rendendosi influente e indispensabile nelle trattative per scegliere il suo successore. E forse, dicono alcuni osservatori, se ha finito per sostenere la candidatura di al Maliki lo ha fatto con la speranza che il nome del suo avversario finisse per bruciarsi sotto le pressioni degli americani.

 

Calcoli politici a parte, sarà complicato per Washington ritrovarsi con un premier iracheno pienamente autonomo dalle milizie filo iraniane. Come ha detto di recente Michael Knights, ricercatore del Washington Institute ed esperto delle milizie irachene, in fondo al Maliki e al Sudani “sono due facce della stessa medaglia”.

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.