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Trump rilancia la “grande bugia” sul voto del 2020. Le polemiche in Georgia
A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre in cui i democratici sarebbero in vantaggio per il controllo della Camera, il presidente soffia di nuovo sul fuoco delle vecchie elezioni. I controlli e le nuove regole
“I repubblicani dovrebbero prendere il controllo del voto in almeno quindici posti, ci sono stati che ho vinto in cui dicono che non ho vinto”. Queste le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump pronunciate nel podcast di Dan Bongino, già vicedirettore dell’Fbi e negazionista del risultato elettorale del 2020. A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre in cui, secondo le proiezioni del Cook Political Report, i democratici sono in vantaggio per il controllo della Camera, Trump torna a soffiare sul fuoco della “grande bugia”, quella secondo cui avrebbe vinto le elezioni del 2020, che gli sarebbero state sottratte da un complotto del Partito democratico.
Al centro delle polemiche c’è ancora la Georgia. Nonostante due riconteggi, entrambi favorevoli a Joe Biden, eletto presidente nel 2020, un risarcimento di 148 milioni di dollari a carico dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani per aver diffamato due funzionari elettorali accusati di truccare i voti e il tabulato della telefonata che Trump fece all’allora procuratore generale dello stato, Brad Raffensperger, in cui gli chiedeva di trovargli 11.780 voti per ribaltare il risultato, Trump continua ad affermare di aver vinto nello stato. La settimana scorsa, alcuni agenti dell’Fbi hanno fatto irruzione in un ufficio elettorale nella contea di Fulton: avevano ricevuto l’ordine di sequestrare schede, immagini del conteggio dei voti e macchine elettorali risalenti alle elezioni del 2020. Con loro era presente la direttrice nazionale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, che secondo il Wall Street Journal da mesi si occupa sempre meno di assicurarsi che il presidente abbia le migliori informazioni di intelligence possibili e sempre più di portare avanti in ogni modo congetture sul fatto che a Trump sarebbero state rubate le elezioni del 2020. Secondo un’indiscrezione del New York Times, il giorno dopo l’irruzione ci sarebbe stata anche una breve telefonata tra Gabbard e il presidente, che avrebbe coinvolto anche gli agenti incaricati del sequestro, a cui Trump avrebbe rivolto parole di incoraggiamento.
Se è del tutto improbabile che verranno scoperte irregolarità nel voto del 2020, questa mossa, secondo il Guardian, è fatta per instillare dubbi e indebolire la fiducia dei cittadini nei risultati elettorali. L’esecutivo, infatti, non controlla il processo elettorale, che è in capo ai singoli stati. Da mesi il presidente cerca di modificare le regole: a marzo ha firmato un ordine esecutivo, poi bloccato dalle corti, che avrebbe richiesto una prova di cittadinanza al seggio e che i voti per posta sarebbero stati conteggiati solo se ricevuti entro il giorno delle elezioni. Oggi molti stati permettono di inviare il proprio voto anche il giorno elettorale, facendo sì che gli scrutatori lo ricevano giorni più tardi. Ad agosto, poi, ha affermato che avrebbe voluto eliminare il voto per posta, secondo lui al centro dei tentativi di frode dei suoi avversari. Nel 2020, aveva chiesto ai repubblicani di andare a votare solo fisicamente: in questo modo durante la notte elettorale è sembrato in vantaggio, perché i voti per Biden arrivati via posta dovevano essere ancora scrutinati, in quello che i politologi hanno definito il “miraggio rosso”. Inoltre, ha richiesto ai singoli stati di fornire un elenco dei votanti, una mossa senza solide basi legali: la segretaria alla Giustizia, Pam Bondi, aveva anche offerto al Minnesota, durante i raid dell’Ice, il ritiro della milizia in cambio dei dati degli elettori. Per il governo, sarebbe un modo di avere un controllo incrociato e quindi abbassare il rischio di errori. I contrari, però, hanno affermato che l’obiettivo ultimo dell’Amministrazione sarebbe quello di scovare una percentuale minima di errori, in modo da generare nei cittadini ancora più sfiducia nel procedimento elettorale. Secondo un amministratore della contea di Travis, in Texas, sentito da Bloomberg, circa un quarto dei cittadini della contea con regolare diritto di voto è identificato come “non cittadino” nei registri federali.
L’obiettivo ultimo di Trump sembra, quindi, quello di gestire il processo elettorale, togliendolo agli stati. Non è un caso che ad agosto scriveva su Truth, il social di sua proprietà, che “gli stati non sono altro che un agente del governo federale col compito di contare i voti e devono fare quello che il governo federale, rappresentato dal presidente degli Stati Uniti, chiede loro”. Il leader repubblicano al Senato, John Thune, si è formalmente dichiarato contrario all’idea.