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a trumpista, trumpista e mezzo

L'argine al trumpismo è nelle urne, ma le fratture interne ai democratici non aiutano

Paola Peduzzi

I dem un po’ illusi s’accapigliano sulla formula vincente per le elezioni di midterm che possono aiutare a costruire la classe dirigente del partito

Milano. Lo “zar del confine” americano, Tom Homan, ha annunciato che 700 agenti dell’Ice e del Border Patrol saranno mandati via dal Minnesota, dopo un mese di raid anti immigrazione, due morti ammazzati con tredici colpi di pistola in due, arresti, colluttazioni e la legittima rivolta dei cittadini; i “file Epstein” – tremila nuovi messaggi ed email che il finanziere-pedofilo si scambiava con politici, leader internazionali, guru, manager, affaristi, principi e principesse – stanno colpendo tutti tranne Donald Trump, che infatti si sta prendendo il tempo per occuparsi dell’unica cosa che gli interessa: dimostrare che nel 2020 aveva vinto lui e non Joe Biden, farci dimenticare dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio del 2021, e fare in modo che quel “grande imbroglio” non si ripeta più, accentrando i poteri di controllo del voto di metà mandato, il prossimo 3 novembre, addirittura barattando la presenza degli agenti dell’Ice negli stati (democratici) con la consegna delle liste elettorali. L’indignazione nei confronti di questo persistente e militarizzato accentramento del potere è alle stelle, ma come ripetono tutti i commentatori alla fine dei loro desolati editoriali, c’è solo un modo per sanzionare il trumpismo: nelle urne. Il Partito democratico vuole attrezzarsi: il voto di metà mandato consente di fare una selezione capillare e ragionata dei candidati in giro per il paese – è così che si costruisce la classe dirigente di un partito e quindi di un paese, se poi si vincono le elezioni – ma ancora non si è capito qual è il “tipo” di candidato più efficace. A trumpista, trumpista e mezzo? O è meglio privilegiare moderazione e competenza? Trovare la risposta è complicatissimo, ma anche perdere di vista il risultato lo è. In Texas, un candidato democratico ha vinto un seggio nel Senato locale: è una notizia che è risuonata molto in Europa – su alcuni giornali italiani era sulla prima pagina, addirittura.

Perché il Texas è uno stato-sentinella dell’umore americano, perché questa è una circoscrizione che nel 2024 Trump aveva vinto con un vantaggio del 17 per cento, e anche perché c’è una certa tendenza a illudersi che il trumpismo sia in crisi. Il Washington Post ieri ha raccontato che l’ex deputato democratico Colin Allred ha rovinato la festa rivoltandosi contro uno dei candidati alle primarie per il Senato, James Talarico, che è considerato un astro nascente del Partito democratico perché presenta un miscuglio di moderatismo e di aggressività che pare una buona formula (è stato consacrato anche da Ezra Klein, il giornalista-guida di questo momento, nel suo podcast), perché lo ha definito “un uomo nero mediocre”. Così Allred ha detto che alle primarie, che sono importanti perché si tratta del Senato perennemente in bilico, sosterrà la rivale di Talarico, Jasmine Crockett, creando una frattura dentro ai democratici che ha subito scatenato molte preoccupazioni. La faglia si vede anche nelle primarie democratiche che si tengono oggi in New Jersey per il seggio alla Camera lasciato libero da Mikie Sherrill, eletta governatrice a novembre. La candidata che è stata più raccontata è Analilia Mejia, considerata la “wild card” dei democratici, che gode del sostegno dell’ala più a sinistra del partito e del nomignolo “Mamdani del New Jersey”, dal nome del neosindaco di New York, che è considerato il politico da emulare (soprattutto la sua campagna elettorale). Peccato che se si guardano i flussi elettorali di Sherrill, pochi mesi fa, si vede che è stata la sua offerta concreta e moderata, incentrata sul costo della vita, a creare la mobilitazione a suo favore. La risposta alla domanda: come si batte il trumpismo? è complicatissima, ma liti e pregiudizi la rendono impossibile.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi