Alex Saab e sua moglie Camilla Fabbri. Foto:Ansa
Mistero a Caracas
Il Venezuela arresta il prestanome di Maduro, Alex Saab, su ordine di Trump
Reuters, El Paìs e il Nyt riportano la cattura del più fidato operatore finanziario della Cupola, già arrestato da Biden per riciclaggio e persino coinvolto nel caso Trentini per ricattare lo stato italiano. Ma il suo avvocato smentisce al Foglio l'incarcerazione
L’arresto in Venezuela di Alex Saab, uno degli uomini cruciali del regime chavista, considerato il prestanome dell’ex dittatore Nicolás Maduro, è un mistero. La notizia, diffusa da media colombiani e da Reuters, parla di un’operazione effettuata nella notte di mercoledì dal Sebin, il servizio di intelligence che dipende direttamente dalla presidenza, che ha portato all’arresto di Saab.
Ma l’avvocato di Saab smentisce al Foglio: “Non è assolutamente vero, sono stato a casa sua ed è tranquillo”. L’avv. Luigi Giugliano si trova a Caracas, dove dice di aver incontrato nei giorni scorsi il suo assistito. A supporto fornisce la presunta smentita dell’arresto sul sito colombiano “La FM” del procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab (omonimo del presunto arrestato, entrambi hanno origini libanesi): la notizia “è falsa”, non è detenuto. Il problema è che, poco dopo, lo stesso sito aggiorna la notizia pubblicando una smentita della smentita: il procuratore generale si corregge e dice di “non essere a conoscenza della questione”.
L’affermazione è poco credibile, trattandosi del capo dei pubblici ministeri che commenta un caso di rilevanza internazionale. La risposta, però, è la stessa di un altro pezzo grosso del regime, Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale e fratello della presidente ad interim Delcy: “Non fa parte dell’ambito della mia attenzione e non ho informazioni al riguardo”, ha detto a chi gli chiedeva di Saab. La notizia, partita da siti colombiani (il paese di origine di Saab), è stata poi confermata da Reuters citando una fonte dell’Amministrazione Usa, che avrebbe condotto l’operazione insieme alle autorità venezuelane. Anche il quotidiano spagnolo El País dà per certo l’arresto. Pure il New York Times conferma, citando cinque fonti venezuelane e una statunitense: l’accusa sarebbe quella di riciclaggio di denaro negli Stati Uniti.
Questa storia surreale descrive alla perfezione la situazione di incertezza di un regime dove, dopo l’intervento militare americano che ha portato alla cattura di Maduro e di sua moglie, tutto è possibile. Lo stesso avvocato di Saab, un’ora prima dell’appuntamento con il suo assistito, non sa se lo troverà a casa o se dovrà andare a cercarlo all’Helicoide, la famigerata prigione per dissidenti politici gestita dal Sebin, ammesso che gli sarà concesso parlargli. D’altronde si tratta di una situazione che fino a un mese fa, cioè prima del blitz Usa, non era solo impossibile ma del tutto inimmaginabile.
Alex Saab è stato uno degli uomini più importanti del regime negli ultimi anni. L’imprenditore colombiano ha fatto fortuna in Venezuela dopo essere stato introdotto da esponenti dell’estrema sinistra colombiana. Saab è stato al centro di vari scandali di corruzione, in particolare quello legato all’importazione di cibo scadente per il programma di distribuzione alimentare Clap (Comités locales de abastecimiento y producción), che ha ridotto i poveri venezuelani alla fame ma ha prodotto un fiume di soldi dirottato negi Stati Uniti. Così Saab è diventato un fidatissimo di Maduro e il più importante operatore finanziario internazionale del regime. Finché non è stato sanzionato dal dipartimento del Tesoro Usa per riciclaggio – circa 350 milioni di dollari trasferiti dal Venezuela, attraverso gli Stati Uniti, verso conti esteri – e poi arrestato nel 2020 a Capo Verde, durante una sosta in un viaggio da Teheran a Caracas.
A quel punto il Venezuela avviò un’intensa campagna diplomatica e mediatica per evitare l’estradizione verso gli Stati Uniti, trasformando Saab in una sorte di eroe nazionale della lotta all’imperialismo. Maduro non riuscì a impedire l’estradizione in Florida, dove rischiava una condanna pesantissima, ma riuscì a salvarlo con altri metodi: Saab tornò grazie a uno scambio di prigionieri con cittadini americani detenuti in Venezuela alla fine del 2023, nell’ambito degli accordi delle Barbados negoziati da Maduro e Biden, che avrebbero dovuto garantire elezioni democratiche e regolari.
Le elezioni, come sappiamo, vennero clamorosamente truccate da Maduro che si autoproclamò vincitore. E Saab, appena atterrato a Caracas, venne nominato ministro dell’Industria. Anche sua moglie, l’italiana Camilla Fabri, entrò nel governo come viceministro. I due erano accusati di riciclaggio anche in Italia e, anche in questo caso, Maduro si è battuto per il suo uomo legando le sorti del processo al rapimento di Alberto Trentini. Alla fine, poco prima della liberazione di Trentini, Saab e la moglie se la sono cavata con un generoso patteggiamento negoziato con la procura di Roma, che i due hanno sventolato sui social network come prova di innocenza.
Ma dopo il blitz degli Usa e l’arresto di Maduro tutto è cambiato. La presidente ad interim Delcy Rodríguez, che ha l’obiettivo di salvare il salvabile per la cupola al potere eseguendo gli ordini di Trump, ha aperto il settore petrolifero ai privati buttando a mare la legge di Hugo Chávez, affidato la vendita di greggio agli Stati Uniti, avviato la liberazione dei dissidenti detenuti, accolto al palazzo di Miraflores il capo della Cia e accolto la nuova incaricata d’affari a Caracas dopo sette anni di chiusura dell’ambasciata americana.
Appena insediatasi, Delcy aveva tolto a Saab l’incarico di ministro e ora lo ha fatto arrestare in un’operazione concordata con Washington. Prima il regime chavista riusciva a far liberare Alex Saab dalle carceri americane per metterlo al governo, ora gli fa fare il percorso inverso. Dalle prigioni venezuelane escono gli oppositori politici, mentre in quelle americane entrano Maduro e il suo prestanome.