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il reportage
Il ritiro delle Sdf dal campo di al Hol In Siria, ora sotto il controllo di Damasco
Il luogo che ospita le famiglie dello Stato islamico è da tempo considerato un problema irrisolvibile. Le voci di chi lo abita e l'incertezza su cosa accadrà ora che a gestirlo sono le autorità centrali siriane
Campo di al Hol. Un bambino smette timidamente di accarezzare il gatto su una sedia della clinica del campo quando si accorge di essere osservato. “Ecco come siamo fatti”, dice una delle decine di donne vestite interamente di nero, incoraggiandolo a continuare. Il bambino allora sorride, e accarezza con più entusiasmo il gatto che fa le fusa: “Dite al mondo che non siamo i mostri che credono”. Più avanti, cinque bambini spingono allegramente un triciclo agganciato a un carretto su cui è seduto un uomo senza una gamba. Nella sezione del campo riservata a iracheni e siriani ci sono molti uomini e ragazzi; in quella degli stranieri, invece, soltanto donne e bambini.
Il campo di al Hol, conosciuto in tutto il mondo come il luogo che ospita le “famiglie dello Stato islamico (Is)”, è da tempo considerato un problema irrisolvibile – e uno dei principali motivi del continuo sostegno americano alle Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai curdi.
Salito da circa 10.000 residenti all’inizio del 2019 – secondo alcune fonti – a oltre 70.000 dopo l’operazione di Baghouz per riconquistare gli ultimi territori dello Stato islamico in Siria, il campo contava, secondo la nuova amministrazione che ha parlato con il Foglio durante una visita il 29 gennaio scorso, circa 23.000 persone all’inizio del mese. Ma, precisano, nessuno sa quanti fossero realmente gli abitanti prima che le Sdf lo abbandonassero improvvisamente alcuni giorni prima. E, sottolinea un funzionario, nessuno sa quanti siano riusciti a fuggire: gli edifici che contenevano i registri sono stati dati alle fiamme prima della partenza delle Sdf. Lo stesso funzionario ha ammesso che non è chiaro se le Sdf lo abbiano fatto deliberatamente per nascondere qualcosa o se sia stato opera dei residenti del campo.
Dopo aver perso, in pochi giorni alla fine di gennaio, la quasi totalità dei territori che controllavano, le Sdf si sono ritirate anche dal campo – senza alcun preavviso. “Le nostre forze sono state costrette a ritirarsi dal campo di al Hol e a ridispiegarsi nei pressi delle città del nord della Siria che affrontano rischi e minacce crescenti”, hanno dichiarato le Forze democratiche siriane in un comunicato del 20 gennaio. Alcuni osservatori da tempo sostenevano che le Sdf non solo avessero gonfiato i numeri dei residenti del campo, ma avessero anche usato il campo stesso e vari centri di detenzione per presunti combattenti dell’Is come arma di ricatto: secondo questa teoria, se il sostegno internazionale fosse venuto meno, le Sdf sarebbero state “costrette” a liberare irriducibili jihadisti dell’Is – una tattica, dicevano, simile a quella impiegata dall’ex dittatore siriano Bashar al Assad per mantenere il potere.
Poche ore dopo l’abbandono delle postazioni attorno al campo da parte delle Sdf, tuttavia, le forze del governo centrale di Damasco avevano già preso il loro posto. Gli abitanti del campo hanno raccontato al Foglio di essere molto più sollevati ora che il campo è passato sotto il controllo delle autorità centrali. “C’è una differenza enorme”, racconta una donna di Aleppo. “Le Sdf ci picchiavano continuamente. Avevamo sempre paura”.
Secondo un rapporto pubblicato da UN Women lo scorso anno, “le condizioni nel campo sono segnate da violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui sparizioni forzate; detenzioni arbitrarie; isolamento; assenza di contatti familiari; discriminazioni strutturali; inaccessibilità e insufficienza dei servizi di base e di salvataggio; mancanza di accesso ad acqua, cibo, assistenza sanitaria e istruzione; insicurezza e violenze. Gli organismi e i meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno documentato anche casi di tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. “La maggior parte dei detenuti proveniva da aree rurali o periferiche povere”, continua il rapporto. “La maggioranza (60 per cento) dei siriani detenuti ad al Hol nell’agosto 2024 ha dichiarato di provenire dal governatorato di Aleppo, e un ulteriore 23 per cento da Deir Ezzor”.
Tra le donne siriane e irachene, “la maggior parte era stata sposata da bambina”, aggiunge il documento, sottolineando che “le loro scelte erano spesso determinate da obblighi familiari e mancanza di alternative. In un contesto di caos e frammentazione del potere, alcune famiglie hanno ritenuto che sposare le proprie figlie o parenti a membri dell’Isil/Daesh fosse il modo migliore per proteggerle, e con loro la famiglia stessa”.
Alcuni residenti del campo sostengono di non aver avuto alcun legame con lo Stato islamico e chiedono ora di poter uscire. Dovranno però attendere che vengano completate le procedure di identificazione e gli altri controlli. Il destino degli stranieri sarà ancora più complicato, poiché molti dei loro paesi d’origine non hanno accettato di riaccoglierli.