Ripartono i negoziati ad Abu Dhabi e Mosca arriva armata

Micol Flammini

Ci sono due elementi da tenere d’occhio per sapere se Mosca bombarderà l’Ucraina: il meteo e gli incontri negoziali. Oggi ucraini e russi si vedono negli Emirati, mentre Putin si fa beffe di Trump rompendo la tregua del gelo

Il presidente americano Donald Trump non aveva fatto in tempo a finire di vantarsi delle sue abilità persuasive con il capo del Cremlino, Vladimir Putin, che l’esercito russo ha sferrato un attacco potente contro tutta l’Ucraina, colpendo con particolare attenzione le città, le loro infrastrutture energetiche e  gli edifici residenziali. Ogni attacco viene definito “il più forte” rispetto ai precedenti, segno del fatto che il ritmo della guerra imposta da Putin agli ucraini è sempre più pressante. A ogni bombardamento ne segue uno peggiore e ai civili che attendono nei corridoi, nei parcheggi, nei sottoscala, nelle stazioni della metro che la sirena suoni per annunciare che  il cielo è finalmente libero da minacce russe, non resta che fare comparazioni: “Oggi è stato un attacco con missili balistici, più rumoroso, ma dura meno”, dice sollevata Ksenia, sostenendo di essere riuscita a dormire più di quanto avrebbe potuto in caso di un attacco effettuato con droni. Il senso di sollievo a Kyiv si misura in ore di sonno, di luce e di riscaldamento, finora la capitale era stata la più colpita, ma nel bombardamento inflitto fra lunedì e martedì, invece, gli attacchi  russi si sono concentrati anche contro Odessa, Dnipro e soprattutto Kharkiv, la seconda città più grande del paese. 

  
Lunedì sera, Trump aveva detto alla stampa di aver convinto Putin a non colpire l’Ucraina proprio nei giorni del freddo più lancinante dell’inverno ucraino
Il presidente americano stava dicendo ai giornalisti che il capo del Cremlino sa cosa vuole dire quando si parla di freddo intenso, Mosca è lontana da Kyiv ma comunque la zona è quella, sono paesi gelidi. In virtù di questo, ha detto Trump, era riuscito a convincere Putin a non bombardare per una settimana. La tregua del freddo è durata poco più di tre giorni e, proprio mentre Trump parlava dallo Studio ovale, settantuno missili balistici e da crociera e quattrocentocinquanta droni russi erano in viaggio contro l’Ucraina. E’ iniziata una settimana freddissima e gli ucraini, che ormai conoscono le abitudini di Putin, sapevano che la Russia ne avrebbe approfittato per colpire. Mosca ha scelto di fare del freddo il suo migliore alleato, gli ucraini controllano le previsioni del meteo e prevedono quando partirà il prossimo attacco del Cremlino. C’è un altro dettaglio che per gli addetti ai lavori è un campanello di allarme e indica che un bombardamento è in preparazione: i negoziati. Per Mosca bombardare prima dei colloqui indebolisce la posizione degli ucraini.  

  
Oggi e domani le delegazioni ucraina, russa e americana si incontreranno di nuovo ad Abu Dhabi, negli Emirati. La scorsa settimana Washington aveva pensato di lasciare Kyiv e Mosca da sole, facendo intendere alla stampa americana che ci fossero divisioni dentro all’Amministrazione Trump su come gestire i negoziati. E’ importante che ucraini e russi abbiano deciso di sedersi di nuovo allo stesso tavolo. L’incontro di due settimane fa non aveva portato a nulla se non alla decisione di tornare a incontrarsi e già la disponibilità a organizzare un nuovo vertice era sembrata una notizia positiva che, con troppo ottimismo, era stata legata anche alla disponibilità di Putin a fermare i missili per qualche giorno su richiesta di Trump: oggi sappiamo che era una pausa in attesa di più gelo. L’Amministrazione americana aspetta di vedere chi cederà prima e ha fatto la sua scommessa che saranno gli ucraini a dare a Mosca quello che vorrà. Tuttavia, la delegazione ucraina ha notato dei cambiamenti rispetto al passato e, per esempio, l’Ukrainska Pravda ha raccontato che i russi hanno evitato lunghi preamboli storici sulle terre “originariamente russe”. Il cambiamento è dovuto al fatto che il personale mandato negli Emirati è militare e non politico e la presenza del capo dell’intelligence ucraina, Kyrylo Budanov, ha anche un peso sull’atteggiamento degli emissari di Mosca. “Ora i militari discutono di argomenti molto più specifici: meccanismi di ritiro e garanzie”, si legge sul giornale ucraino. 

  
Le garanzie di sicurezza saranno centrali nell’incontro di oggi e già un articolo del Financial Times pubblicato ieri ha introdotto l’argomento svelando cosa sono disposti a fare europei e americani nel caso in cui, dopo la fine della guerra, la Russia dovesse attaccare di nuovo l’Ucraina. Dopo la prima violazione, partirebbe una risposta diplomatica in 24 ore, se le violazioni persistessero, la risposta si estenderebbe con il coinvolgimento della Coalizione dei volenterosi. Dopo 72 ore, entrerebbe in vigore una risposta militare che coinvolgerebbe l’esercito americano. Il cessate il fuoco sarebbe monitorato dagli alleati dell’Ucraina. L’Europa non siede al tavolo dei negoziati, ma ha delineato come una priorità un  sistema di garanzie di sicurezza a cerchi concentrici: prima gli ucraini devono essere in grado di reagire e difendersi da soli, per questo le loro forze militari non vanno tagliate; il secondo livello prevede il coinvolgimento dei volenterosi a vari gradi e responsabilità a seconda dei paesi;  infine si attiverebbe la struttura di protezione coordinata con Washington. L’Ucraina ha accettato. La Russia ancora no. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)