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La Via del flop di Xi

Prestiti esteri che non rientano e bassa crescita interna. La Cina fa i conti con la Belt and Road

Carlo Stagnaro

La Via della seta ha generato i risultati sperati finché i soldi fluivano da Pechino verso i paesi partner, ora però tutto è cambiato. I generosi finanziamenti ai paesi meno sviluppati per acquisirne le risorse faticano a rientrare in Cina e il dirigismo economico interno ha prodotto sprechi e cattedrali nel deserto

Che fine ha fatto la Nuova via della seta? Quello che doveva essere il pilastro del neocolonialismo cinese sta dando i suoi frutti? A dispetto della narrazione secondo cui la Cina, col suo espansionismo estero e le sue politiche industriali, avrebbe conquistato il mondo, ad alcuni anni di distanza la sensazione è l’opposta: i generosi finanziamenti ai paesi meno sviluppati per acquisirne le risorse faticano a rientrare e il dirigismo economico interno ha prodotto sprechi e cattedrali nel deserto. La Belt and Road Initiative venne annunciata, per la prima volta, nel 2013 durante una visita in Kazakistan di Xi Jinping, segretario del Partito comunista cinese e presidente della Repubblica popolare cinese. Il progetto era di promuovere la leadership cinese attraverso i legami commerciali con Asia, Medio Oriente e Africa. Nella sostanza, si trattava di una sorta di esperimento keynesiano su scala mondiale: la Cina avrebbe finanziato la realizzazione di grandi infrastrutture in cambio di appalti alle imprese cinesi. Contemporaneamente, grazie all’uso di sussidi e altri strumenti tipici della politica industriale, Pechino avrebbe favorito lo sviluppo dei campioni nazionali per completare l’opera.

 

Visto da Occidente, il progetto appariva imponente e minaccioso e ha motivato tanta parte della retorica sulla sicurezza strategica. Col senno di poi, però, le cose sono andate esattamente come ci si poteva immaginare, se solo si fosse letta l’ambizione cinese con gli occhiali dell’economia e non con quelli della geopolitica. Per quanto riguarda la Via della seta, essa ha generato i risultati sperati finché i soldi fluivano da Pechino verso i paesi partner; ora però che questi devono restituire i prestiti, tutto è cambiato. Come mostrano in un paper di Sebastian Horn, Carmen M. Reinhart e Christoph Trebesch sul “Journal of Economic Perspectives”, i debiti dei paesi in via di sviluppo verso la Cina superano ormai quelli verso il Fmi e rischiano di fare la stessa fine, cioè entrare in un vortice di rinegoziazioni quando non vere e proprie ristrutturazioni. Finora la Cina ha rifiutato di sedersi al tavolo, pretendendo la restituzione integrale dei finanziamenti erogati: per non cedere sul quantum o sui tempi della restituzione, ora rischia di perdere molto di più. Per giunta, questo sta anche minando la percezione della Cina nei paesi beneficiari dei prestiti, che cominciano a vederla come un aguzzino senza un briciolo di clemenza.

 

Xi potrebbe forse permettersi un atteggiamento più morbido se non fosse alle prese anche con gli esiti, altrettanto deludenti, delle sue politiche industriali. La Cina ha conquistato un vantaggio competitivo in molti mercati, dalle auto elettriche alle batterie fino all’intelligenza artificiale. Ma il bilancio è, complessivamente, negativo: ecco perché i tassi di crescita del pil, pur ancora consistenti, si sono molto ridimensionati (un fenomeno ancora più visibile se si guarda ai tassi di crescita della produttività). Uno studio del Fmi, condotto da Daniel Garcia-Macia, Siddharth Kothari e Yifan Tao, ha mostrato che l’eccesso di dirigismo, e in particolare di sussidi, ha distorto l’allocazione del capitale, determinando sovrainvestimenti in alcuni settori e sottoinvestimenti in altri. Quando gli industriali occidentali si lamentano degli effetti sui nostri mercati dell’eccesso di capacità produttiva cinese, colgono un aspetto reale di cui vedono gli impatti diretti. Ma, dal punto di vista cinese, è un fallimento e un costo. Ciò non significa che, all’atto pratico, la minaccia per i competitor europei sia meno preoccupante; ma ne fa dare un’interpretazione completamente diversa, perché diverso è il modo in cui siamo arrivati qui – e dunque il probabile decorso futuro delle cose. E’ possibile che Xi abbia pensato, visto che la frittata era fatta, di trarne vantaggio: ma il suo obiettivo non era affatto di fare la frittata e, dunque, c’è probabilmente un limite al danno economico che vuole o può infliggersi.

 

Si calcola che l’effetto aggregato di questi errori sia una riduzione della produttività totale dei fattori (una misura dell’efficienza del sistema economico) dell’1,2 per cento. Insomma: è vero che i beni cinesi inondano il mondo a detrimento dei concorrenti esteri, ma non si tratta di una consapevole strategia di conquista. Un elefante, secondo una strepitosa battuta dello scrittore Robert Heinlein, è un topo costruito seguendo il manuale di istruzioni del governo. Chissà come si traduce in cinese.

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