l'attacco

I danni causati dall'Isis alla base che ospita i nostri militari in Niger

Luca Gambardella

Le immagini satellitari che mostrano i colpi assestati agli hangar dell'aeroporto. La propaganda filorussa intanto prende di mira Italia e Francia

Ieri lo Stato islamico nella provincia del Sahel ha rivendicato l’attacco di giovedì notte all’aeroporto di Niamey, in Niger. Con un comunicato, ha celebrato l’operazione che ha inflitto molti danni alle strutture della Base 101, quella che ospita anche circa 300 militari italiani impegnati nell’addestramento delle Forze armate nigerine nell’ambito della missione Misin. Giovedì, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva dichiarato che i nostri uomini “non risultano essere stati in alcun modo coinvolti” e altre fonti della Difesa avevano riferito che la Base 101 non era stata presa di mira dai jihadisti. Ieri però sono emerse alcune immagini satellitari Vantor di quest’area dell’aeroporto che, oltre ai nostri militari, ospita anche poco meno di 200 mercenari russi degli Africa Corps e gli uomini dell’aviazione militare nigerina. Le foto smentiscono la tesi che la base non sia stata coinvolta, perché i tetti di almeno tre hangar risultano invece fortemente danneggiati, probabilmente da droni o colpi di mortaio. Non è chiaro cosa ci fosse all’interno di queste strutture. Alcuni ipotizzano che ci fossero diversi droni turchi appena acquistati dalla giunta militare e diventati negli ultimi tempi l’arma più efficace contro i jihadisti. Altri ancora ipotizzano invece che l’obiettivo dell’attacco fosse l’uranio  che da mesi è stoccato in grandi quantità – si parla di circa mille tonnellate – all’interno dell’aeroporto. Questa seconda tesi è meno probabile, perché altre immagini satellitari raccolte nelle settimane passate avevano mostrato come  i camion che contenevano i barili di yellowcake erano stati spostati in un’area diversa, che non è stata interessata dall’attacco dell’altra notte. 

 

Le immagini satellitari Vantor che mostrano la Base 101 all’aeroporto di Niamey il giorno prima dell’attacco (a sinistra) e quello successivo (a destra). In rosso i danni causati

 

Nel frattempo, la giunta militare guidata da Abdourahamane Tiani sta tentando di presentare l’accaduto come uno strumento di propaganda. “Siamo grati a tutte le forze di sicurezza intervenute, così come ai nostri alleati russi che hanno difeso con professionalità i propri settori”, ha detto Tiani, che ha accusato la Francia – insieme ai presidenti del Benin e della Costa d’Avorio – di essere i veri responsabili dell’accaduto: “Ricordiamo agli sponsor di questi mercenari, in particolare a Emmanuel Macron, Patrice Talon e Alassane Ouattara: li abbiamo sentiti abbaiare, si preparino a sentirci ruggire”. Tiani sta tentando di alimentare una teoria complottista, che ha una certa presa in Niger, secondo cui i francesi avrebbero dato sostegno esterno ai jihadisti come punizione per la nazionalizzazione dell’uranio di Arlit, quello che ora è stoccato all’aeroporto è che è stato venduto ai russi. La compagnia francese Orano rivendica di essere la legittima proprietaria dell’uranio e un arbitrato internazionale ha già stabilito che la giunta militare nigerina debba restituirle le mille tonnellate di yellowcake. 

Mentre Tiani fa propaganda ergendo i russi a paladini antijihad, su X e Telegram molti account nigerini hanno accusato i soldati italiani di  non avere partecipato ai combattimenti e di essere rimasti chiusi nel  compound – un esempio di disinformazione, date le chiare regole di ingaggio dei nostri militari.  Speculazioni a parte, sono giornate complicate per i russi e i loro alleati golpisti in Sahel. Oltre all’attacco all’aeroporto di Niamey, nell’ovest del Mali i terroristi di Jnim, vicini ad al Qaida, hanno dato alle fiamme una cinquantina di cisterne che trasportavano gasolio e a Menaka, nell’est del Mali, lo Stato islamico nel Sahel ha ucciso decine di soldati maliani e russi. A riprova che la campagna d’Africa di Mosca somiglia più a una missione predatoria che a una antiterrorismo. 

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.