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La politica migratoria di Sánchez e il tavolo traballante della sua maggioranza

Marcello Sacco

La decisione del premier spagnolo di regolarizzare molti immigrati irregolari e l'esigenza di riportare Junts nell’ovile per votare finalmente una finanziaria. Un cerchio che si chiude

Il governo di Pedro Sánchez ha approvato una sanatoria che in Spagna regolarizzerà molti immigrati irregolari. I numeri non sono chiarissimi, ma si parla di almeno mezzo milione di stranieri (qualcuno dice più di 800 mila) che oggi vivono e lavorano da clandestini e presto potranno uscire alla luce del sole. Basterà dimostrare di essere in Spagna da almeno cinque mesi, di esserci arrivati entro il 31 dicembre e di non avere precedenti penali.

La misura è stata accolta con grande soddisfazione a sinistra e nel mondo cattolico, mentre a destra Vox prevedibilmente parla di attentato all’identità nazionale, ma neanche il Partito popolare (Pp) approva. E non approva perché una misura come questa, dicono, sarebbe dovuta passare dal parlamento. Nel 2024 il Congresso spagnolo aveva accolto anche con i voti del Pp un’iniziativa legislativa popolare, forte di oltre 600 mila firme, in cui si chiedeva di legiferare in tal senso. Cosa è cambiato nel frattempo? È cambiata l’aritmetica parlamentare che tiene in piedi il governo minoritario socialista. Lo rivela il modo peculiare in cui è stato presentato un decreto che il Consiglio dei ministri poteva decidere in totale autonomia (è solo una modifica di un regolamento preesistente). Sánchez ha voluto presentarla come una legge scritta gomito a gomito con Podemos, il partito che dal 2023 ha smesso di appoggiarlo, ha rotto l’alleanza con Sumar e in Aula è nel gruppo misto.

In effetti Podemos ci ha messo del suo (per esempio laddove si dice che per i precedenti penali basta un’autocertificazione) e si è poi garantito tutto il protagonismo dei titoloni, provocando accessi di gelosia nel resto della sinistra. È una mossa astuta quella di Sánchez, ormai abituatissimo a mettere zeppe sotto il tavolo traballante della maggioranza.

Le debolezze sono emerse nelle stesse ore con il decreto “omnibus”. Questo sì, doveva passare dal parlamento ed è caduto per sette voti, tanti quanti sono i deputati di Junts, il partito dei catalanisti che lo scorso autunno ha annunciato di non voler più sostenere un governo sordo alle sue richieste. Nell’omnibus c’era di tutto, in particolare l’aumento delle pensioni e la moratoria sugli sfratti. Quest’ultima è indigesta alla classe media catalana e al partito che più li rappresenta. Infatti, Junts (come del resto il Pp) dice di essere d’accordo con l’aggiornamento delle pensioni, basta presentarlo in un decreto a parte. In realtà le pensioni potrebbero rientrare in una normale manovra finanziaria, ma Sánchez governa ancora con quella del 2023, perché non ha più una maggioranza parlamentare chiara che gliene approvi un’altra. Deve recuperare i sette voti di Junts, o almeno la loro astensione, dato che presto racimolerà un altro voto (l’aritmetica parlamentare di Sánchez è fatta di spiccioli): quello attualmente sospeso dell’ex ministro socialista Ábalos, che da quando è in carcere per corruzione non può votare, ma ha appena annunciato le dimissioni e dunque sarà rimpiazzato.

Per far rientrare Junts nell’ovile, il premier deve dimostrare di essere sensibile al “grido di dolore” del popolo catalano. E Junts chiede l’autonomia piena proprio sulla gestione dell’immigrazione, una legge già scritta ma bollata come razzista da Podemos. Il premio di visibilità appena ottenuto su un decreto che Sánchez poteva firmarsi da solo sarebbe, secondo diversi analisti, la contropartita per far chiudere un occhio alle sinistre sulla delega delle politiche migratorie, che a sua volta spingerebbe Junts a votare finalmente una finanziaria. Così il cerchio si chiude, ma questa sanatoria potrebbe essere il si salvi chi può di una politica migratoria sempre meno nelle mani di Madrid. Nelle regioni in cui il Pp governa con la stampella di Vox, le alleanze si rompono proprio a causa della redistribuzione di migranti (è successo in Estremadura), mentre in Catalogna il partito che più cresce nei sondaggi è Aliança Catalana, indipendentista e sovranista radicale. Se si aggiunge che qualche settimana fa, stavolta con un altro partner indipendentista catalano, Esquerra Republicana, Sánchez ha ridisegnato un polemico modello di finanziamento delle comunità autonome in cui per la prima volta la Catalogna non segue il criterio progressivo, solidale con le regioni più povere, il quadro si ricompone. Mercoledì il quotidiano El Mundo paragonava le alleanze di Sánchez a un vaso che si rompe e va riaggiustato di continuo. I cocci rotti, però, più che di una semplice maggioranza sembrano quelli della Spagna intera.

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