Sui negoziati Mosca si mette comoda

Micol Flammini

O con la guerra fino al 2027 o con l’aiuto di Trump, Putin è convinto che avrà il Donbas

La Russia vuole l’area dell’Ucraina conosciuta come Donbas e crede che in un modo o nell’altro l’avrà. La convinzione le deriva dal fatto che saranno gli Stati Uniti a fare in modo che la cessione  avvenga. Secondo l’Institute for the Study of War ci vorrà del tempo prima che l’esercito del Cremlino riesca a completare la sua conquista della regione di Donetsk, come minimo riuscirà a farlo entro agosto del 2027. Una data lontana alla quale Mosca può arrivare con un dispendio di uomini e denaro notevole. Per questo pensa che sarà l’Amministrazione americana ad accorciarle la strada, facendo pressione su Kyiv affinché ceda, lasci quella porzione di territorio che sta tenendo con forza perché è da lì che si protegge l’intero paese. All’inizio della settimana, Volodymyr Zelensky aveva annunciato di essere pronto a firmare un accordo con gli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Ucraina e le garanzie di sicurezza. 

Per gli ucraini un accordo del genere è importante anche dal punto di vista negoziale, per mostrare di avere le spalle coperte. Otto persone informate dei fatti hanno riferito al Financial Times che gli Stati Uniti però non vogliono firmare e non vogliono neanche specificare quali garanzie di sicurezza sono pronti a dare. Prima di stringere un accordo pretendono che l’Ucraina faccia quello che la Russia chiede: cedere tutto il Donbas. Zelensky non ha neanche i poteri per raggiungere un accordo del genere, può manifestare la sua volontà politica, ma deve comunque chiedere l’approvazione ai suoi cittadini per cedere dei territori che l’Ucraina non ha perso in battaglia. Il danno  è notevole per gli ucraini. I russi si mettono comodi, stanno a guardare, credono che male che vada combatteranno per oltre un anno, bene che vada ci penseranno gli Stati Uniti ad accorciare i tempi. Così Washington ha creato un enorme problema a Kyiv,  ha mandato gli ucraini  a negoziare, di fatto rassicurando i russi che qualsiasi cosa accada, non è importante quanti “no” dirà Zelensky,  per l’Amministrazione Trump la guerra si chiude secondo le regole di Mosca. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)