Quanto rimane speciale il rapporto fra il governo israeliano e gli Stati Uniti
Si spegne l’orologio in Piazza degli ostaggi. Israele inizia la guarigione con un dubbio e la volontà di rivoluzionare il proprio rapporto con l'Amministrazione americana
Il grande orologio che a Tel Aviv, in Piazza degli ostaggi, Kikar HaChatufim, ha segnato lo scorrere del tempo dall’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023 si è fermato. Ottocentoquarantatré giorni, dodici ore, cinque minuti e cinquantanove secondi sono il tempo che separa l’inizio dell’aggressione dei terroristi e il ritorno del corpo del sergente maggiore Ran Gvili, ucciso nella battaglia del kibbutz Alumim, portato nella Striscia già cadavere. Inizia un processo di risanamento, dalle mura delle città, da Tel Aviv in particolare, scompaiono i riferimenti agli ostaggi, ai due anni di guerra. I politici registrano video per mostrare che tolgono dalle giacche la spilla con il fiocco giallo, da sempre simbolo degli ostaggi tenuti a Gaza: ma ora, per la prima volta dal 2014, non ci sono più ostaggi israeliani a Gaza. Non si sa cosa diventerà Piazza degli ostaggi, ci sono persone che per due anni hanno vissuto in quello spazio creato dal nulla. Questi due anni sono pronti a farsi storia e per Israele si apre un nuovo capitolo, fatto di guarigioni e cambiamenti che possono diventare epocali. La Striscia di Gaza rimane dov’è, con Hamas che per il momento non cede le armi e si propone come alternativa di se stesso: il gruppo sta cercando di integrare i suoi diecimila uomini che considera agenti di polizia al fianco del governo tecnico proposto dal Consiglio della pace di Donald Trump. Hamas controlla una parte della Striscia, poco meno della zona più occidentale, durante la seconda fase, il cui inizio è già stato annunciato da Trump, la nuova amministrazione di Gaza dovrebbe passare al Comitato nazionale, l’organismo costituito da tecnici palestinesi che agiranno sotto l’egida del Consiglio per la pace e dovrebbero escludere Hamas dalla vita della Striscia. Il gruppo di terroristi ha delle sue proposte, ha una rete vasta, controlla tutto e ha inviato una lettera ai suoi 40.000 dipendenti pubblici, quindi anche alle forze di sicurezza, per dire di collaborare con il Comitato nazionale e integrarsi. Il portavoce di Hamas ha confermato all’agenzia di stampa che il gruppo è pronto a cedere la gestione di Gaza al Comitato nazionale. Per Israele ogni dipendente di Hamas è un terrorista. La paura è che gli Stati Uniti vedano nella proposta del gruppo un’apertura, la strada più semplice per iniziare la ricostruzione di Gaza.
Il giornalista israeliano Lazar Berman sul Times of Israel ha notato che nel Consiglio della pace, Israele non ha nessun ruolo particolare. E’ stato invitato a entrare, vuole farne parte, è nel suo interesse esserci, ma non peserà più degli altri membri. La conseguenza si è vista con l’annuncio sull’apertura del valico di Rafah, fatta a Davos la scorsa settimana senza che gli israeliani potessero obiettare che, secondo il piano, soltanto dopo il ritorno di tutti gli ostaggi sarebbe stata consentita l’apertura del valico: la scorsa settimana, Ran Gvili era ancora a Gaza. Né il primo ministro Benjamin Netanyahu né il presidente Isaac Herzog, che era al Forum economico in Svizzera, sono saliti sul palco della celebrazione di Trump a Davos, sapendo che la loro presenza sarebbe risultata una fra le tante, nulla di speciale.
“Speciale” è l’aggettivo con cui spesso è stata descritta la relazione fra Gerusalemme e Washington e gli israeliani temono che le iniziative trumpiane, alla lunga, possano rendere questo rapporto un po’ più normale, un po’ come tanti altri fra gli Stati Uniti e alcuni paesi del medio oriente. Trump ha detto che venderà ai sauditi fino a quarantotto caccia F-35, finora nella regione sono in dotazione soltanto a Tsahal. Se la vendita avvenisse verrebbe meno il Qualitative military edge, il vantaggio militare qualitativo, un impegno formale da parte degli Stati Uniti che garantisce a Israele una superiorità tecnologica e qualitativa sugli armamenti rispetto a qualsiasi altro paese del medio oriente. Per questo il governo israeliano si sta preparando per negoziare con l’Amministrazione Trump un nuovo accordo di sicurezza decennale. Secondo il Financial Times, Israele ha una proposta per andare incontro alle regole di questo nuovo medio oriente e a raccontarlo al quotidiano britannico è uno degli ex principali consulenti finanziari dell’esercito e del ministero della Difesa israeliano, Gil Pinchas. Pinchas ha detto che nei prossimi colloqui, Israele non vuole dare priorità agli aiuti in denaro, ma vuole imbastire con gli Stati Uniti una cooperazione fatta di progetti militari congiunti. Il principio che Israele intende seguire è semplice e serve a mantenere speciale il rapporto con gli Stati Uniti: la collaborazione tiene legati due paesi molto più dell’aspetto finanziario, che è destinato a farsi sempre meno consistente.