da Israele

Più che un funerale di stato. Il saluto di Israele all'ultimo ostaggio del 7 ottobre

Fiammetta Martegani

Nello Stadio di Meitar, nel Negev, migliaia di israeliani hanno partecipato al corteo funebre del sergente maggiore Ran Gvili. La chiusura di un cerchio di dolore che non ha lasciato immune nessuno, e la solidarietà inscalfibile di un popolo che riparte più unito di prima

Tel Aviv. "Dal giorno della tua morte, mi sono data il compito di dimostrare - a te e a tutti - che siamo una nazione unica al mondo. Ringraziamo tutti gli israeliani per essere stati sempre presenti, per 2 anni e quattro mesi. Grazie per non aver abbandonato Rani e per non aver abbandonato il paese”. Con le parole della madre Talik si sono aperti i funerali di stato del sergente maggiore Ran Gvili: agente della polizia di frontiera, caduto in combattimento mentre cercava di difendere i kibbutz dall’attacco di Hamas, il 7 ottobre 2023.

 

 

La cerimonia si è tenuta alle 12:30 presso lo Stadio di Meitar, piccola comunità del Negev, preceduta da un convoglio della polizia che ha scortato il feretro e migliaia di israeliani - che hanno partecipato al corteo funebre sfilando con bandiere bianche e blu – accompagnando la famiglia di Rani fino alla sua sepoltura. Il commiato della madre è stato seguito da quello del padre Itzik e del fratello maggiore Omri, che ha concluso: "Ora possiamo finalmente guardare avanti, dopo la tragedia che ci ha colpiti, tutti, il 7 ottobre".

 

Questo, infatti, è il sentimento dominante con cui, tutta la nazione, si accinge a salutare l’ultimo degli ostaggi e, al tempo stesso, a chiudere un cerchio di dolore, che non ha lasciato immune nessuno. Dopo i saluti della famiglia, ad aprire quelli ufficiali, a cui hanno partecipato diversi rappresentanti del governo, è stato il presidente Isaac Herzog, che ha chiesto perdono – a nome di tutto lo stato, e rivolgendosi a tutto il popolo – per non aver impedito la tragedia del 7 ottobre, con le perdite di chi è stato ucciso e rapito quel sabato e i soldati caduti negli anni successivi. “Siamo un paese piccolo, ma siamo una grande famiglia – ha concluso il premier Benjamin Netanyahu – Riportare tutti gli ostaggi a casa era la nostra missione che, finalmente, abbiamo concluso oggi”. Tutti i discorsi, per quanto strazianti, avevano in comune anche un messaggio di speranza. 

 

 La sorella di Ran, Shira Gvili. Credit: Uriel Even Sapir

 

Oltre all’orgoglio e il dolore per la perdita del giovane eroe che – a soli 24 anni e con una spalla rotta, alle prime ore di quel sabato è uscito di casa senza alcuna remora, per difendere il proprio paese – il sentimento che è emerso, sia tra i famigliari di Rami che tra le voci istituzionali, è stato l’immenso senso di gratitudine nei confronti di tutto il popolo di Israele e di coloro che ne fanno parte: governo e opposizione, il Forum delle famiglie degli ostaggi, l’esercito, e la società civile. Tutti erano in prima linea in quello che oltre a essere stato l’ultimo addio ad un eroe nazionale rappresenta, per la stessa nazione, la rimarginazione di una ferita rimasta aperta per 843 giorni.

 

Soprattutto la madre, malgrado il dolore insopportabile per la perdita del figlio, non ha fatto che rimarcare come, nonostante il prezzo enorme pagato dal popolo – e dai soldati – israeliano in oltre due anni di un conflitto non ancora concluso, oggi la nazione sia unita come non mai, proprio a causa dei continui attacchi subiti su più fronti che, senza mai arrendersi, Israele è riuscito ad affrontare, eliminando gran parte dei gruppi terroristici che imperversano nella regione. La cerimonia, dunque, è stata ben oltre un funerale di stato.  Poiché, per quanto la ferita nazionale sia ancora aperta, il ritorno dell’ultimo dei 251 rapiti da Hamas il 7 ottobre rappresenta un momento storico nella storia di Israele e verrà sempre ricordato come la “chiusura di un cerchio”: non solo per le famiglie degli ostaggi, ma per tutti gli israeliani. Perché tutti, come ha ribadito la famiglia di Rani, hanno fatto il possibile – e l’impossibile - per assicurarsi, come previsto dal codice etico dell’Idf, di non lasciare indietro nessuno.

 

 Avinatan Or, sopravvissuto alla prigionia, e sua madre Ditza Or. Crediti: Uriel Even Sapir

 

La solidarietà è un principio fondamentale della società israeliana e al suo centro vi è un patto profondo. Come ha ricordato Nadav Eyal, senior editor del quotidiano Yediot Hachronot: “Uno per tutti e tutti per uno, in Israele, non è semplice motto, ma un principio strategico, radicato nella certezza collettiva che la nazione farà tutto per i propri membri, in una regione in cui gran parte dei suoi vicini ne vorrebbero la distruzione. E' un principio morale radicato anche nell’eredità ebraica: l’idea che chi salva una sola vita, salva un mondo intero; nella memoria dell’Olocausto e nell’ideale fondativo di Israele”. Così Israele ha salutato, per l’ultima volta, l’eroe che è tonato per ultimo in patria, ma che la mattina di quel sabato è uscito, per primo, a difenderla.

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