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L'editoriale del direttore

La radioattività di Trump costringe Meloni a una svolta

Claudio Cerasa

L’emancipazione dal trumpismo, per Meloni, è una sfida più delicata della sicurezza e della crescita. I primi segnali su Nato, Groenlandia, dazi, Kyiv e Kabul ci sono. Punti che mancano, tragedie rimosse e destra in mutande

Il tema del 2026 sarà tutto lì: che fare con lui? Nell’orizzonte politico di Giorgia Meloni, c’è un problema da governare più difficile di qualsiasi questione legata all’economia, alla sicurezza, alla crescita, al lavoro. E’ una questione che riguarda un nome divenuto radioattivo per la destra meloniana e che provoca nella presidente del Consiglio un sentimento non solo di imbarazzo ma anche di disorientamento. La trappola di Donald Trump, avevate probabilmente già capito di chi stavamo parlando, a meno che con buone ragioni non pensavate che l’oggetto del nostro articolo, a proposito di radioattività, fosse Matteo Salvini, è un incastro difficile da gestire per il capo del governo. Meloni da mesi rivendica di avere un buon rapporto con il presidente americano, da mesi ha costruito il suo profilo internazionale posizionandosi a metà strada tra l’Europa e l’America, da mesi ha cercato di dimostrare in ogni occasione possibile di poter essere utile a tenere uniti i due pilastri dell’occidente, ovvero l’Europa e gli Stati Uniti, ma più passa il tempo e più diventa evidente per la presidente del Consiglio che la vicinanza con Trump, dacché poteva essere un valore aggiunto, è diventata un valore tossico.

Meloni non potrà mai confessarlo fino in fondo, ma Trump per l’Italia è diventato un ostacolo quotidiano alla tutela dell’interesse nazionale e la vicinanza con il trumpismo avrà un peso politico nel dibattito elettorale, per Meloni, superiore a molti altri fattori. Il presidente del Consiglio, da tempo, cerca di essere trumpiana senza essere anti europea e cerca di essere europeista senza essere anti trumpiana, ma negli ultimi tempi il gioco sembra funzionare peggio e nelle ultime settimane l’escalation di a-trumpismo nel mondo meloniano ha raggiunto livelli interessanti. Le reazioni alle pazzie di Trump, quelle più irresponsabili, non sempre sono tempestive, Meloni a volte ricorda il Ghezzi di Fuori orario, con le immagini che si muovevano in modo asincrono rispetto alla voce, ma negli ultimi dieci giorni qualcosa è cambiato. Trump minaccia di conquistare la Groenlandia, con la forza, e Meloni firma una lettera con i paesi europei per dire no, grazie. Trump minaccia di punire i paesi europei che hanno inviato militari della Nato in Groenlandia e Meloni dice no, grazie. Trump umilia i soldati della Nato e quelli italiani, per le loro azioni a detta di Trump poco eroiche in Afghanistan, e Meloni, con modalità alla Ghezzi, dopo due giorni arriva a condannare Trump, con un comunicato duro. I no di Meloni, poi, hanno anche vocalità e tonalità diverse, naturalmente. Ci sono i no più soft, ma comunque chiari come quello del board di Gaza, e ci sono i no meno simbolici, come quello che quotidianamente l’Italia mette in campo con la difesa dell’Ucraina: Trump sogna di vedere la pace in Ucraina attraverso l’indebolimento della difesa Ucraina, l’Italia ha scelto di stare dalla parte dell’Europa nel considerare la resistenza dell’Ucraina come un elemento non negoziabile per provare a raggiungere una pace giusta. 

                                                 

Il trumpismo, negli ultimi tempi, ha messo di fronte a Meloni anche molti altri problemi, per esempio i dazi, e finora il rapporto speciale, per così dire, tra il capo del governo italiano e il presidente americano non ha prodotto benefici per l’Italia, dal punto di vista economico. Ed è vero che i dazi hanno avuto, fino a oggi, un impatto sulla crescita italiana non così drammatico (sull’economia italiana, detto tra parentesi, pesa più l’azione incontrollata della procura di Milano sull’urbanistica milanese che il protezionismo di Trump). Ma è anche vero che la presenza di un presidente americano protezionista ha spinto le imprese italiane ad alzare l’asticella delle richieste al governo. E di conseguenza ogni cedimento al protezionismo, come è stato il no della Lega al Mercosur, è stato denunciato dagli imprenditori come una minaccia all’interesse nazionale del nostro paese. La tragedia quotidiana del trumpismo, per Meloni, ha anche altri corni non sempre studiati o capiti. Trump, per la premier, è una tragedia per quello che l’America sta facendo nell’Africa centrale, e non ci vuole molto a capire che aver indebolito, per non dire smantellato, le postazioni umanitarie delle Nazioni Unite al confine con il Sahel ha reso più difficile per l’Italia il controllo dell’immigrazione irregolare. Trump, per Meloni, è una tragedia per quello che l’America non sta facendo nel nord Africa, e l’approccio selettivamente isolazionista degli Stati Uniti ha reso più vulnerabile la Libia anche alle incursioni turche e a quelle russe, con tutto quello che questo può significare nell’azionare i rubinetti dell’immigrazione.

E Trump, infine, è una tragedia per Meloni perché ogni azione estremista di Trump, ronde dell’Ice comprese, diventa un assist utile per le opposizioni per mostrare una verità diversa da quella che Meloni vuole affermare. In sintesi: ma se Meloni sostiene davvero di aver scelto una linea moderata, come giustifica la sua vicinanza al mondo trumpiano? Il trumpismo, per Meloni, può essere un’opportunità negoziale, può essere un’opportunità per pesare di più in Europa, può essere un’opportunità per attivare canali diplomatici che altri paesi non riescono ad attivare. Ma il trumpismo, per la destra, è oggi prima di tutto altro: è un elemento tossico che minaccia la nostra economia, la nostra crescita, la nostra sicurezza, la nostra difesa, la nostra prosperità, i nostri confini, le nostre imprese, per non parlare del fatto che Meloni ha costruito parte della sua credibilità internazionale sull’essere percepita come leader affidabile dell’Alleanza atlantica e di fronte a un Trump che delegittima la Nato Meloni non può permettersi di non reagire. E per questo, più passerà il tempo più diventerà chiaro per Meloni che per difendere gli interessi dei propri elettori sarà necessario adulare meno in pubblico Trump (il prossimo Nobel per la Pace meglio sognarlo per Zelensky che per Donald), sarà necessario far leva con più prudenza sul rapporto speciale con l’amico Donald (anche a costo di sfidare ogni giorno l’agenda Salvini) e sarà necessario dimostrare che essere amici dell’America è importante, certo, ma essere non allineati a Trump è cruciale per non essere vulnerabili, per difendere l’interesse nazionale e per provare a utilizzare la parola patrioti senza far ridere i propri elettori. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.