(foto EPA)
teheran
Il regime iraniano dà la caccia ai medici che hanno curato i feriti
Bucare il silenzio. Il ruolo di Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale nella repressione contro gli iraniani e il piano di sopravvivenza
Tra le testimonianze che bucano il buio del blackout e aggiungono tessere al mosaico del peggior massacro della Repubblica islamica, quelle dei medici sono tra le più crude. Descrivono gli ospedali assediati dalle forze di sicurezza, ospedali al collasso con i feriti in fin di vita buttati sulle panchine o sdraiati per terra perché mancano le barelle, i reparti d’emergenza a corto di sangue, la ricerca affannosa di anestesisti e chirurghi vascolari mentre gli infermieri stremati corrono da una sala operatoria a un’altra. E raccontano di traumi che di solito si vedono solo nei teatri di guerra e di tutte le scelte impossibili tra le vite dei pazienti. “Sta per esalare l’ultimo respiro, non ce la farà, non posso perdere tempo, passo a un altro. L’altro è stato colpito da un proiettile che gli ha perforato il torace ed è uscito dalla schiena, ci provo. Il prossimo può sopravvivere altre tre o quattro ore, aspetto, perché devo visitarne un altro”.
“Avanti così per ore e ore. Tutto il giorno, tutta la notte e di nuovo la mattina. Erano tanti, così tanti”, ha detto un dottore a Iranwire. “Quello che ho visto mi perseguiterà per il resto della vita. Mi sento in colpa di essere ancora vivo”, ha scritto un altro medico in un messaggio al New York Times in cui descrive la morte di una madre, il pianto dei suoi bambini ed un cervello trivellato di proiettili. “Ho lavorato durante terremoti e altre calamità – ha spiegato un altro dottore al Guardian – assistevo anche venti o trenta pazienti ogni due o tre ore in quei casi, ma quelle notti (l’8 e il 9 gennaio, ndr) erano centinaia, centinaia di pazienti raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Continui a operare perché non hai altra scelta, perché i pazienti feriti a morte da uno stato che li dovrebbe proteggere continuano ad arrivare, continui perché fermarsi non è un’opzione, ma qualcosa dentro di te si sta rompendo”.
Sono medici come questi quelli che hanno fornito le prime stime del massacro alla stampa e alle organizzazioni umanitarie e le forze di sicurezza del regime, dopo le minacce e le intimidazioni, li stanno cercando casa per casa. Molti sono già stati arrestati. Khosro Minaei, un volontario che ha assistito più di 20 persone nel suo appartamento, Alireza Golchini, chirurgo, accusato di spionaggio, rischia la pena di morte, così come il dottor Ghazvini che a Shiraz ha offerto cure gratuite ai manifestanti. Di Farhad Nadali, un altro chirurgo si sa che è stato portato via dall’intelligence dei pasdaran, dopo che ha descritto l’agonia dei suoi pazienti, della dottoressa Ameneh Soleimani che è stata catturata ad Ardabil, di un altro operatore sanitario, Matin Moradian, che è stato portato via a Mashad. Ma di ora in ora lo stillicidio di nomi si allunga.
Il 25 gennaio il New York Times ha riportato le indiscrezioni di due insider di regime secondo cui l’ordine di colpire i manifestanti “senza pietà” e “con ogni mezzo necessario” sarebbe partito da Ali Khamenei in persona e sarebbe stato poi messo in atto dal Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale. Queste voci avvalorano le indiscrezioni secondo le quali Ali Larijani, segretario del Consiglio e rappresentante personale della Guida suprema nello stesso, avrebbe assunto il ruolo di regista della mattanza. Il dipartimento del Tesoro americano lo ha già sanzionato il 15 gennaio come “responsabile del coordinamento della repressione per conto della Guida suprema”. Ma intanto, mentre gli indizi aumentano, Larijani, più che tenere un profilo basso, scalpita. Dopo anni in cui è stato confinato alla periferia del potere, l’ambiziosissimo Larijani fa la voce grossa, lancia invettive contro Donald Trump, visita Beirut e Baghdad, costruisce il gioco di sponda con Vladimir Putin e si annovera come il Deng iraniano, pronto a esercitare il pugno duro (il modello è Piazza Tiananmen), ma altrettanto incline al pragmatismo, ai bocconi amari delle riforme e dell’engagement con l’occidente.
Il rapporto tra Larijani e Khamenei è sempre stato ondivago, per ben due volte il “segretario” ha tentato il salto verso la presidenza e la sua corsa è stata azzoppata. Già comandante pasdaran e capo della televisione pubblica per circa un decennio, Larijani vanta ascendenze clericali di prim’ordine, ma sconta pure il presenzialismo di un clan fin troppo in odore di corruzione. “Come è possibile che un individuo bocciato dal Consiglio dei Guardiani perché ritenuto inadatto a concorrere alla presidenza possa presiedere l’organo che ha in mano i dossier più significativi per la sicurezza nazionale?”, si leggeva l’estate scorsa dopo la sua nomina su Tejarat news. Ma a Teheran nei corridoi del potere è evidente che questi non sono tempi normali, che Khamenei non è mai stato tanto debole e che Larijani è l’unico ad avergli presentato un piano credibile per la sopravvivenza.