Repressione in Iran, un obitorio con decine di corpi e persone in lutto dopo la repressione alla periferia di Teheran, 13 gennaio 2026 (LaPresse)
Il racconto
Assassini fra i manifestanti e guardie nei cimiteri in Iran. Un testimone
Le parole di Kiarash che si è ritrovato in mezzo alle proteste e alla repressione brutale del regime: "È al cimitero di Behesht-e Zahra che mi sono reso conto veramente della portata dell’attacco che avevamo subito. Sacchi mortuari erano impilati a strati, uno sopra l’altro, in due magazzini appositi"
“Ho il dovere di raccontare. È doloroso, ma devo farlo”. Kiarash ha quarantaquattro anni, era in visita alla famiglia in Iran a fine dicembre, quando si è ritrovato in mezzo alle proteste e alla repressione brutale. “All’inizio, si trattava solo di piccoli gruppi pacifici, ma era chiaro da subito che non sarebbe stato come in passato. Chiedevano: ‘smettete di rubare i nostri soldi e di mandarli a Hezbollah, agli Houthi, alle milizie in Iraq e in Siria’. Dopo l’appello di Reza Pahlavi, l’8 gennaio, in centinaia di migliaia si sono riversati in strada. La maggioranza invocava il ritorno di Reza Pahlavi, la cacciata di Khamenei e la fine del regime islamico. Quella sera, ho sentito i primi colpi. Ho imparato durante il servizio militare obbligatorio a distinguere il crepitio delle armi, e posso dire con certezza che non si trattava di Kalashnikov: era artiglieria pesante. La mattina dopo, così tanti feriti affollavano gli ospedali che sono stato chiamato a donare il sangue”. Sabato Kiarash ha saputo che un’amica era morta, colpita da un proiettile al collo.
“È al cimitero di Behesht-e Zahra che mi sono reso conto veramente della portata dell’attacco che avevamo subito dal regime. Sacchi mortuari erano impilati a strati, uno sopra l’altro, in due magazzini appositi, e la gente doveva sollevare i corpi dallo strato superiore e spingerli da parte per guardare sotto e cercare i propri cari”.
Kiarash, che ha esperienza nel settore logistico, ha iniziato a contare. “Venticinque qui. Novanta là. Due magazzini. Due strati. E fuori, tre camion che scaricavano altri sacchi neri. Mi trovavo tra circa cinquemila corpi senza vita, ciascuno colpito dai proiettili del regime. Tutti avvolti in plastica nera, chiusi con la cerniera, con un cartellino col nome e il numero appeso. L’odore del sangue stagnava nell’aria. Poi ho visto i sacchi più piccoli, dei bambini. Alcuni, sotto choc, non riuscivano a credere a quanto era successo, e hanno iniziato ad aprire le cerniere, cercando i volti.” Ma ogni sacco aperto era una versione diversa della stessa fine. “L’immagine mi tormenta”. Kiarash ha estratto il telefono per filmare, ma subito qualcuno gli ha afferrato il braccio. “Tra i morti e le famiglie in lutto, si aggiravano agenti in borghese, riconoscibili perché osservavano il via vai anziché piangere i morti. Erano lì per impedirci di documentare il massacro. Mi ci sono volute due ore per trovare il corpo che stavo cercando. Mi sono stati concessi trenta minuti: lavaggio, preghiere, sepoltura. Dopodiché mi avrebbero ‘buttato fuori o arrestato’. Alla fine, mentre mi dirigevo verso l’uscita, ho guardato verso il parcheggio e ho visto che stavano arrivando altri camion carichi di corpi”. Le stime indipendenti variano enormemente, con cifre che arrivano a trentamila morti e centinaia di migliaia di feriti e arrestati.
“Tornato a Teheran, ho lasciato il telefono in macchina e mi sono unito alla protesta del sabato sera. Camminavo sul viale principale quando qualcuno, celato in un lungo chador nero, mi ha colpito con un calcio. Ho sentito un suono attutito, e tre persone intorno a me sono cadute a terra. Il marito di una delle donne cadute sembrava non rendersi conto di che cosa fosse successo. La chiamava per nome, cercando di svegliarla, pensando che fosse svenuta. Era così sconvolto che non riusciva nemmeno a vedere le proprie mani intrise del suo sangue. Con una pistola silenziata, in un solo momento, l’assassino nel chador aveva sparato a tre persone, e poi era corso via. Volevo andare a casa, ma ho notato un gruppo di ragazze che tentavano di sollevare un corpo. Si trattava di un uomo grande e muscoloso, troppo pesante per loro. Stava perdendo molto sangue e il suo viso era diventato blu. Le ragazze sapevano che se i motociclisti che si stavano avvicinando lo avessero trovato lì a terra, gli avrebbero sparato in testa. Mi hanno chiesto di nascondere il corpo, e sono andate avanti per bloccare gli aggressori con i propri corpi, per distrarli e darmi il tempo di far rotolare l’uomo ferito dietro un’auto parcheggiata. Sono orgoglioso del coraggio di quelle ragazze”.
Alla domanda se avesse un messaggio per i lettori europei, Kiarash risponde: “Finché negoziate con il regime islamico e lo trattate come un governo legittimo, lo state aiutando. Avete anche voi le mani sporche del nostro sangue. Trump ha promesso aiuti e ha incoraggiato la gente a scendere in piazza, e ora è sua responsabilità aiutarci. Non è possibile rovesciare un regime così brutale a mani nude”.
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