Foto Ap, via LaPresse
l'editoriale del direttore
Un po' di fermezza e la forza dei mercati per arginare Trump
Come far indossare al presidente americano i panni del Taco, ovvero del Trump che all’ultimo momento fa marcia indietro? Col caso Groenlandia l’Europa ha imparato a non porgere l’altra guancia. E sui dazi sono le borse a frenare le isterie presidenziali
La formidabile settimana politica ed economica trascorsa tra le palle di neve di Davos ha contribuito a illuminare un meccanismo insieme raro e prezioso negli equilibri mondiali. Il meccanismo riguarda Donald Trump e riguarda un acronimo divenuto nuovamente popolare dopo la marcia indietro del presidente americano sulla Groenlandia, che Trump dice di voler conquistare a tutti i costi ma che non dice più di voler conquistare anche a costo di utilizzare le forze militari. Il meccanismo è suggestivo, offre speranza, genera persino buon umore ed è un meccanismo al centro del quale vi è la domanda che sta più a cuore a chi considera Trump non esattamente un asset per la stabilità mondiale. Il tema è presto detto: come si ferma Trump? E come lo si spinge a indossare i panni del Taco? Taco, lo sapete, è il magnifico acronimo che tempo fa il Financial Times ha affibbiato al presidente americano. Taco, cioè Trump always chickens out, ovvero: Trump alla fine si ritira sempre all’ultimo momento.
La formula Taco venne utilizzata per la prima volta nel maggio dello scorso anno quando vi fu il primo balletto sui dazi. Prima Trump minacciò dazi al 50 per cento all’Ue, poi li ha ritirati, poi li ha tirati fuori di nuovo in formato inferiore. Stessa storia con i dazi a Canada e Messico, sospesi all’ultimo. Stessa storia ancora con i dazi al 145 per cento, poi ritirati. Le esagerazioni di Trump, spesso, sono parte dei negoziati, e capita di frequente che il presidente americano alzi l’asticella per poi accontentarsi di risultati diversi. Ma la formula del Taco è utile da considerare per capire in che modo i paesi che cercano di difendersi dal trumpismo possono operare per non cedere alle minacce di Trump. Da questo punto di vista, se vogliamo, la settimana di Davos è stata molto istruttiva. Fino a qualche settimana fa, la strategia dei paesi in teoria amici di Trump è stata questa: “Non dobbiamo irritare il pazzo alla Casa Bianca”. La sintesi è dello Spiegel. E la sintesi indica un passato e un presente. Nel passato recente, tutti i leader europei si sono preoccupati di non innervosire Trump, di non provocarlo, di non sfidarlo, per paura che le minacce del presidente americano potessero diventare ancora peggiori rispetto ai già spaventosi annunci. La gestione del dossier della Groenlandia ha proiettato l’Europa in una fase nuova, in cui è risultato evidente che per governare l’isteria trumpiana porgere l’altra guancia può non essere la giusta strategia. E dunque: Trump minaccia la Groenlandia, l’Europa risponde dicendo no, grazie, anche con il sostegno degli amici di Trump (Meloni). E ancora. Trump minaccia di infliggere dazi a chi porta truppe in Groenlandia, e l’Europa risponde dicendo no, non ci spaventi, noi un po’ di truppe le mandiamo. E infine. Trump minaccia di punire tutti i paesi europei ribelli, e i paesi ribelli si rivoltano contro Trump prendendolo a ceffoni, minacciando ritorsioni. A causa della sua sottomissione, scrive ancora lo Spiegel, l’Ue ha negoziato l’anno scorso condizioni peggiori rispetto ad altri paesi che si sono opposti a Trump. “A Trump non piacciono i deboli. E i leader europei che adulano Trump alla fine non saranno più presi sul serio nemmeno in patria”.
Sarebbe da ingenui pensare che sia stata solo la così detta deterrenza europea ad aver allontanato Trump dai suoi obiettivi bellicosi in Groenlandia, anche se l’unione delle forze e delle debolezze europee negli ultimi dodici mesi ha spinto Trump a raddrizzare alcune posizioni, e per quanto la linea dell’Amministrazione americana sull’Ucraina sia desolante rispetto all’eroismo del popolo ucraino si può dire che l’Europa avendo abbracciato Zelensky nel momento in cui Trump lo prendeva a schiaffi ha dato un contributo fondamentale al ridimensionamento dell’amore tra Trump e Putin. Gli schiaffi europei servono, aiutano, la deterrenza politica contro il bullo, come ha detto Macron, è cruciale.
Ma accanto a questo c’è anche dell’altro. E c’è un argine strategico chiamato globalizzazione. La globalizzazione serve ai paesi colpiti dai dazi di Trump per trovare alternative sui mercati mondiali. Ma la globalizzazione serve anche ai paesi che provano a ribellarsi alle isterie di Trump ad avere un alleato quando la strategia della negoziazione di Trump raggiunge dei livelli pericolosi per l’ordine mondiale. E’ successo nel maggio dello scorso anno, quando Trump minacciò dei dazi fuori dal mondo, ed è successo la scorsa settimana, quando Trump ha annunciato dazi punitivi per l’Europa, dopo aver rivendicato la sua volontà di conquistare a tutti i costi la Groenlandia. La chiave è lì e sono i mercati. Quando le borse americane crollano a seguito di un annuncio di Trump, è possibile che le scelte di Trump vengano riviste dallo stesso Trump. E quando insieme alle borse si alzano improvvisamente i rendimenti dei buoni del Tesoro di solito succede che Trump moderi la retorica, rinvii decisioni o cerchi di rassicurare i mercati. Negli ultimi sette giorni i rendimenti dei Treasury Usa sono saliti in modo significativo. Il decennale è aumentato dell’1,3-2,4 per cento su base settimanale, il biennale ha registrato un rialzo analogo. Rendimenti più alti significano costi maggiori per il debito federale e timori su deficit e inflazione. E’ successo a maggio, ai tempi degli annunci folli dei dazi di Trump, è successo oggi. Il mercato obbligazionario funziona come un freno strutturale: non provoca sempre inversioni immediate, ma limita l’aggressività delle scelte politiche. Ross Douthat, commentatore conservatore del New York Times, ha aggiunto giorni fa elementi di riflessione ulteriori per ragionare sul tema da cui siamo partiti: come fermare Trump. Douthat sostiene che Trump sia “un narcisista instabile con un’insaziabile sete di attenzione e un’anima morale difettosa”, ma ricorda anche che “se pensate che stia semplicemente recitando la parte del negoziatore, lo fraintendete: c’è una sincerità assoluta nelle sue lamentele e vanterie più assurde. Allo stesso tempo – continua Douthat – possiede anche una certa consapevolezza di sé e un forte istinto per le vie del potere nel mondo, caratteristiche che non traspaiono immediatamente ascoltandolo mentre si vanta e fa il prepotente. Vuole essere al centro dell’attenzione, non distruggere il mondo, e ha trascorso la vita trasformando i propri difetti personali in punti di forza”. In sintesi: “Non si possono prendere le cose assurde che dice sui social media come l’essenza della sua politica; è un artista e un giocatore, e anche se non sempre si tira indietro, è sempre alla ricerca di un modo per stringere la mano alla fine”.