il voto
Le elezioni dei militari sono state pensate per sfinire i birmani
Ieri l'ultimo round del voto in Myanmar, ma il risultato è già chiaro: il partito dei generali vince, l’opposizione è fuori legge e la guerra civile continua. Un esperimento di logoramento politico che serve a convincere i cittadini che resistere non serve più. Con la complicità di un occidente sempre più stanco
Bangkok. "La gente è stanca. Anche di resistere", dice un uomo che da anni è testimone delle sofferenze del popolo birmano cui si è dedicato anima e corpo. E’ il suo epitaffio all’ultimo round delle elezioni tenuto il 25 gennaio. Anche se i risultati ufficiali si avranno forse tra una settimana (quinto anniversario del colpo di stato), il risultato è già scritto: sarà quello dei precedenti due turni (il 28 dicembre e l’11 gennaio), ossia una schiacciante vittoria dello Union Solidarity and Development Party, il partito formato da militari che hanno dismesso la divisa per l’abito tradizionale indossato dai parlamentari.
La definizione di “elezioni farsa” decretata dal parlamento europeo, dalle Nazioni Unite e dall’Asean stessa (che ha dichiarato di non riconoscerne il risultato) è inadeguata. Siamo nella dimensione della psicopatologia politica. Le elezioni si sono svolte in tre fasi (non ballottaggi) distribuendo i seggi in funzione degli interessi locali, mentre in moltissime zone le elezioni non si sono svolte perché sotto il controllo delle milizie etniche o dell’esercito di liberazione nonché bersaglio di continui raid aerei contro i civili. Il voto, poi: la scelta era tra partiti filo militari mentre quelli dell’opposizione sono stati banditi (compresa la National League for Democracy di Aung San Suu Kyi). Il tutto in una situazione in cui pronunciare la parola “rivoluzione” in pubblico è un reato punibile con pene dai tre anni sino alla pena di morte. Ma il generale Min Aung Hlaing, autore del golpe del 20121 e prossimo presidente della Repubblica, dice che queste elezioni restituiscono il potere al popolo, ponendo rimedio alla “frode elettorale, all’ insulto alla democrazia” compiuta nel 2020, quando popolo aveva espresso il proprio consenso ad Aung San Suu Kyi.
"Devo ammettere che alla gente non gliene frega niente", commenta la fonte del Foglio. E non si riferisce all’astensionismo, altissimo nonostante le minacce di punizione. "Nessuno crede a un cambiamento, non ci sono prospettive. La situazione sanitaria e scolastica è catastrofica. Ormai è solo una questione di sopravvivenza". Difficile pensare ad altro in un paese dove continua una guerra civile che ha già causato oltre novantamila morti, con milioni di profughi e metà della popolazione sotto la soglia di povertà.
"L’obiettivo non è una conversione ideologica, bensì lo sfinimento, la graduale interiorizzazione del potere come una forma di destino. La crudeltà è didattica", ha scritto Alan Clements. Questo ex monaco buddista si richiama al pensiero di Dostoevskij, secondo cui il più terrificante potere dello stato non è quello di uccidere bensì quello di decidere quando la vita ti può apparire accettabile, per rappresentare il progetto della giunta militare nei confronti del proprio popolo e di Aung San Suu Kyi. L’ottantenne Signora continua anche lei a sopravvivere in carcere, protetta solo dalla paura dei militari che possa morirvi.
"Questi non cambiano mai", è il semplice commento di un’altra fonte del Foglio. Se la prima era animata da una sorta di vocazione, questa dà voce a un certo cinismo di molti occidentali che vivono forse da troppo tempo in Birmania. "E’ così dai tempi di Ne Win. Colpo di stato, dittatura, passaggio dal potere militare a una nuova forma di potere civile". Si riferisce al generale Bo Ne Win , il primo di una serie di dittatori che prese il potere nel 1962 e in seguito adottò l’ideologia della “via birmana al socialismo”. Secondo la nostra fonte seguire il modello Ne Win significa adottare il modello cinese in un mix di statalismo e capitalismo che in Birmania assumerebbe l’aspetto di una vera e propria cleptocrazia. A Pechino, del resto, importa solo che il governo “eletto” assicuri il controllo delle infrastrutture tra lo Yunnan e il Golfo Persico nonché rifornimenti di giada e terre rare. Un progetto strategico cui gli Stati Uniti non possono e non vogliono opporsi. "Tutto verrà dimenticato e anche l’occidente dimenticherà", dice l’occidentale “cinico”. Ma in fondo non lo è troppo: l’occidente ha già dimenticato.