Trump è pronto a dare battaglia a Meloni per il caso Xu Zewei. Pechino auspica “giustizia” (!)
Il pressing soft del consolato cinese sul tribunale. I domiciliari negati e la fuga di Artem Uss, ancora una vicenda sensibile
Aggiornamento: con una decisione emessa il 27 gennaio scorso, la Corte d’Appello di Milano ha dato il via libera all’estradizione di Xu Zewei verso gli Stati Uniti: per i giudici, le accuse di hacking e frode informatica tengono e non c’è un “reato politico” mascherato. Respinte anche le obiezioni su diritti umani e condizioni carcerarie in America, e non ci sarebbe il rischio concreto di trattamenti inumani o pena sproporzionata. Gli avvocati di Xu hanno annunciato ricorso in Cassazione.
C’è una questione non secondaria nella special relationship fra il presidente americano Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, una questione che da mesi viene rimandata, procrastinata, e di cui si rumoreggia per ora giusto nei corridoi della Farnesina. Perché secondo quanto risulta al Foglio, se i magistrati della Corte d’Appello di Milano dovessero decidere di non procedere con l’estradizione in America del cittadino cinese Xu Zewei, la Casa Bianca e il suo braccio operativo Kash Patel, il direttore dell’Fbi che ha emesso il mandato d’arresto contro Xu, sono pronti a dare battaglia all’Italia. Come? La risposta non è scontata, e il termine ultimo per la pubblicazione della sentenza, previsto per metà febbraio, si avvicina. Una fonte del Foglio che si muove a suo agio a Washington riassume la potenziale reazione dell’Amministrazione con una parola che abbiamo compreso molto bene in questo primo anno del secondo mandato di Trump: unpredictable.
Xu Zewei è stato arrestato all’inizio del luglio del 2025 all’aeroporto di Malpensa. Era con sua moglie, sembra per un viaggio di piacere in Italia, ma era ricercato dall’Fbi. Secondo gli investigatori americani Xu sarebbe parte di un gruppo di criminali informatici collegato a operazioni di spionaggio industriale e tecnologico e alle dirette dipendenze del ministero della Sicurezza di Pechino. A Milano Xu, che secondo la moglie sarebbe un semplice manager di una società IT di Shanghai, viene difeso dagli avvocati Enrico Giarda e Simona Candido – il primo è un cognome storico del diritto penale milanese – che costruiscono la difesa su due direttrici: contestare l’identità dell’imputato (Xu Zewei non è lo Xu Zewei che state cercando) e mettere in discussione la natura politica del mandato d’arresto. Secondo diverse fonti ascoltate dal Foglio l’impianto accusatorio dell’Fbi è un po’ debole, ed è chiaro che per l’agenzia il caso ha un valore che va oltre il singolo procedimento giudiziario, perché finora nessuno ha mai portato a processo qualcuno accusato di hacking riconducibile a operazioni sponsorizzate da Pechino, nonostante anni di intrusioni informatiche attribuite alla Cina.
“Non è così scontato” che i giudici della Quinta sezione penale della Corte d’Appello, dice la fonte, procedano con l’estradizione, anche se finora a Xu sono stati sempre negati gli arresti domiciliari – la fuga di Artem Uss è ancora una vicenda sensibile. In caso di diniego, ci sarebbe poco da fare anche per il ministro della Giustizia Nordio. Il quale potrebbe invece bloccare l’estradizione, se il governo italiano dovesse ritenere più pericolosa una eventuale rappresaglia da parte di Pechino. Come Washington, infatti, anche la Cina si è mossa per Xu, e non solo con una presunta raccolta fondi per pagare le sue spese legali di cui però non v’è traccia online. I rappresentanti del consolato cinese di Milano qualche mese fa avrebbero incontrato alcuni funzionari della Corte d’Appello per chiedere “un processo equo e giusto”. Pensare che è lo stesso che vorrebbero tantissimi imprigionati nelle carceri cinesi.
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