Ansa
L'editoriale dell'elefantino
Zelensky dice che la debolezza di Kyiv è la debolezza dell'Europa. Chi dev'essere grato a chi?
Tutti hanno giudicato il discorso di Davos del capo ucraino come un discorso-verità, e con ragione. Siamo un caleidoscopio di patrie minori, non una grande e orgogliosa potenza che combatte. Abbiamo proclamato la solidarietà, come per la protesta iraniana, aspettando che la strage generasse assuefazione
Non giudicherei il discorso di Volodymyr Zelensky a Davos con il metro della generosità, come ha fatto il ministro degli Esteri italiano. Il commercio dei buoni sentimenti di riconoscenza, specie se come esigenza risarcitoria e invito all’autocensura dell’interlocutore, non dovrebbe fare parte del bagaglio diplomatico. Oltre tutto il conto finale, su chi debba essere grato a chi e per che cosa in tutta la storia dell’invasione russa dell’Ucraina, sarà fatto e riserverà sorprese a coloro che hanno puntato sul gradualismo della resistenza, sulle linee rosse segnate da Lavrov nel segno dell’escalation, sulle forniture d’armi goccia a goccia, sulle sanzioni forti e sui forti buchi nella rete per aggirarle, sull’appeasement di Trump e Putin in Alaska, sulla buona custodia degli asset finanziari russi, eccetera. L’Europa ha fatto molto, moltissimo, certo, dal treno per Kyiv fino alla coalizione dei willing e alla protezione di Zelensky stesso dal suo principale alleato occidentale in piena collusione con il nemico imperiale orientale, ma è da dubitare che lo abbia fatto per onorare buoni propositi, si spera siano stati calcolati anche gli interessi nazionali e sovranazionali di sicurezza e la difesa di un modo di essere delle società aperte, che è poi il succo della loro sovranità. Chi dev’essere grato a chi?
Tutti hanno giudicato il discorso di Davos del capo ucraino come un discorso-verità, e con ragione. Letto in pagina fa impressione. Dice le cose come stanno. Indica le debolezze e le meschinità dove sono annidate. In modo spavaldo e prudentissimo insieme, fa il quadro di una sconfitta strategica nel momento in cui è chiamato a darle probabilmente la massima delle sanzioni o il più esoso dei pegni, un accordo fatto di rinuncia e di ripiegamento in cui l’aggressore può vantare, la solita dissimulazione disonesta, di avere avuto piena soddisfazione, in attesa del domani. Tutti i leader delle democrazie mitteleuropee implicati nello spirito eternizzato di Monaco ’38, tutti i capi popolari, liberali, socialdemocratici, appena emersi dall’avanspettacolo e dall’esperienza eroica o titolati gestori di antiche istituzioni parlamentari, tutti hanno vissuto la fine delle loro parabole costretti in una tenaglia funesta come il patto Ribbentrop-Molotov o, questa è la novità, piegati dal sogno di un Board of Peace, soldi e garanzie, inaugurato nella capitale finanziaria dei Grigioni, dove alle bombe succedono come per incanto le slide immobiliari, le photo opportunity con la sagoma allampanata del genero di Trump, la bonaria allegria del suo braccio diplomatico Witkoff, il mito pace & ricostruzione a spiegare e giustificare il tutto. Zelensky nel suo modo molto eloquente, stavolta amareggiato dal realismo e in tono più scaltro, si è di nuovo ribellato, come quando disse a Biden di non fornirgli un passaggio per Miami ma armi per combattere a Kyiv.
Dovendo in parte accettare la legge del più forte, ha cercato almeno di spiegare le ragioni di una debolezza comune, non nella difesa di un pezzetto di Donbas ma dei confini dell’Europa politica e militare. Siamo un caleidoscopio di patrie minori, non una grande e orgogliosa potenza che combatte; abbiamo rinunciato a definanziare la guerra di Putin, con la tutela delle petroliere nel Mediterraneo e dei valori finanziari depositati in Belgio; abbiamo proclamato la solidarietà, come per la protesta iraniana, aspettando che la strage generasse assuefazione; siamo un pulviscolo di conflitti interni e differenze piccine alle prese con chi porta la stessa misura di distruzione a tutti, e via dicendo. A Zelensky è stato chiesto con le buone o con le cattive di ringraziare per quanto l’Ucraina ha avuto, pur non disponendo delle carte vincenti: ecco, ha ringraziato.