scenari

Quattro futuri possibili per la Groenlandia e una crisi che parla all'Europa

Enrico Cicchetti

L'Artico come test della tenuta atlantica. Il Copenhagen Institute for Futures Studies immagina quattro esiti possibili della crisi aperta dalle mire trumpiane sul territorio danese. In gioco non c’è solo un’isola, ma la credibilità del diritto internazionale e la sovranità europea

Il destino della Groenlandia è uscito dai libri di geografia per entrare nelle agende di sicurezza nazionale. Le rinnovate ambizioni americane sul controllo del territorio danese non sono più solo boutade elettorali, ma segnali di una faglia che rischia di spaccare l'ordine atlantico e riscrivere le regole della politica internazionale.

Il Copenhagen Institute for Futures Studies (Cifs), centro di analisi strategica attivo da oltre cinquant’anni nel campo della foresight e dell’analisi di scenario, cioè nell'esplorazione di futuri possibili, ha elaborato un rapporto che prova a rispondere a una domanda diventata improvvisamente concreta: come potrebbe evolvere, nel breve periodo, una crisi geopolitica sulla Groenlandia? Nessuno ha la sfera di cristallo: il documento non formula previsioni, ma costruisce solo quattro scenari plausibili, con un orizzonte temporale piuttosto ravvicinato (la fine del 2026), per aiutare decisori e imprese a prepararsi all'imprevisto. Si tratta insomma di "istantanee" di futuri prossimi che possono essere utili per illuminare le conseguenze di scelte da prendere in tempi rapidissimi. Il centro studi danese parte da due variabili decisive: il metodo scelto dagli Stati Uniti (coercizione diplomatica o uso della forza) e la risposta di Danimarca, Groenlandia ed Europa (resistenza o pragmatismo negoziale).

 

Il documento integrale:

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Primo scenario - "La debole aurora boreale"

Il primo scenario, "Dimmed Northern Lights", è quello della coercizione senza guerra. Gli Stati Uniti rinunciano all’annessione formale ma ottengono un controllo di fatto sulle infrastrutture e investimenti strategici groenlandesi (porti, aeroporti, telecomunicazioni, approvvigionamenti critici) attraverso una pressione economica soffocante sulla Danimarca, rallentando approvazioni regolatorie e aumentando i dazi. La Groenlandia resta territorio danese, ma entra in un perimetro di sicurezza definito da Washington. L’Europa resiste sul piano formale, la Nato sopravvive, ma la fiducia transatlantica si deteriora in modo strutturale. È uno scenario di equilibrio instabile e teso: nessuna rottura aperta, ma un lento svuotamento delle regole. 

 

Il secondo scenario - "La guerra artica"

Il secondo scenario, “Arctic War”, ipotizza invece l’uso della forza. La crisi degenera in un'invasione lampo delle truppe americane che travolgono le difese locali. Questo atto sancisce la fine formale dell'ordine basato sulle regole e porta alla disintegrazione della Nato. L'Europa reagisce con un massiccio disinvestimento dai mercati americani e un'accelerazione forzata verso un'esercito comune e l'indipendenza tecnologica. I mercati entrano in una fase di forte instabilità. Russia e Cina sfruttano la frattura occidentale: Mosca consolida i suoi obiettivi in Ucraina, Pechino legge l’evento come conferma del ritorno della politica di potenza. È lo scenario più distruttivo, non solo militarmente, ma per l’intero ordine internazionale basato sulle regole.

  

Il terzo scenario - "L'arte di fare affari"

Il terzo scenario si muove su un terreno più ambiguo. La Groenlandia vota per l'indipendenza dalla Danimarca, attirata dalla promessa di prosperità, mentre la solidarietà europea si frammenta di fronte ai costi di una sfida aperta a Washington. Lo scenario chiamato "The Art of the Deal", come il famoso libro scritto da Donald Trump e Tony Schwartz nel 1987, vede gli Stati Uniti bypassare il conflitto diretto offrendo alla Groenlandia un pacchetto di aiuti economici senza precedenti e diritti di mobilità in cambio del controllo sulla difesa e sull'estrazione mineraria. La Groenlandia vota per l’indipendenza e firma un Compact of Free Association con gli Stati Uniti. La pressione americana su Danimarca ed Europa è decisiva nel frammentare il fronte europeo. Formalmente tutto avviene nel rispetto delle procedure, ma l’asimmetria di potere è evidente. Il patto atlantico resta in piedi, ma la percezione di Washington come garante viene meno.

 

Il quarto scenario - "L'impotenza europea"

Infine, il quarto scenario "European Impotence" descrive un'acquisizione ostile americana facilitata da un'Europa paralizzata dalle proprie dipendenze tecnologiche. Un blackout dei servizi cloud o l'interruzione dei flussi di dati diventano armi di pressione che costringono Copenhagen e Bruxelles, paralizzate dalla dipendenza da piattaforme digitali e infrastrutture statunitensi, accettano il fatto compiuto e sono costrette a cedere la sovranità sull'isola in cambio di garanzie minime di stabilità economica e “continuità digitale”. È lo scenario che segna in modo più netto la fine del legalismo internazionale e l’emergere di un ordine apertamente gerarchico.

  

Un focus sulle imprese

Per le imprese, tutti e quattro gli scenari contengono un messaggio comune: il rischio geopolitico entra stabilmente nel perimetro operativo. Licenze, autorizzazioni, accesso ai mercati, infrastrutture digitali e catene di fornitura diventano strumenti di pressione politica. Le aziende europee con forte esposizione agli Stati Uniti sono particolarmente vulnerabili a forme di coercizione informale ma efficaci: ritardi regolatori, tariffe selettive, indagini amministrative. Per il settore tecnologico, la dipendenza da cloud e piattaforme statunitensi emerge come un punto critico, potenzialmente utilizzabile come leva strategica: l'uso di "kill-switch" tecnologici potrebbe paralizzare interi settori in ore. Energia, infrastrutture e finanza vengono trattate non più come settori economici neutrali, ma come asset di sicurezza. Le aziende con forte esposizione al mercato statunitense potrebbero trovarsi a essere usate come pedine di scambio, subendo dazi mirati, "indagini" amministrative o danni reputazionali pilotati per influenzare le politiche dei governi nazionali.

Il messaggio centrale del rapporto è che la Groenlandia è un test cruciale per la credibilità del diritto internazionale, la coesione atlantica e la capacità europea di difendere la propria sovranità: anche senza guerra, la coercizione “grigia” (economica, tecnologica, narrativa) può ridisegnare l’ordine globale. Le decisioni prese in pochi mesi possono avere effetti sistemici duraturi. Il punto, suggerisce il Cifs, non è stabilire quale scenario sia più probabile, ma riconoscere che tutti sono ormai plausibili. La crisi della Groenlandia non riguarda solo un territorio remoto dell’Artico, ma la tenuta dei meccanismi che hanno finora regolato i rapporti tra alleati, mercati e potere. Ignorarla pensando che sia solo l'esternazione di unn "pazzo" o sperare che Trump semplicemente cambi idea sarebbe un errore: gli scenari non servono a predire il futuro, ma a misurare quanto il presente abbia già cambiato le sue regole. In questo nuovo Artico, l'impreparazione è la prima colpa che verrà punita. 


 

Il Copenhagen Institute for Futures Studies è un think tank indipendente danese, attivo da oltre cinquant’anni nel campo della foresight e dell’analisi di scenario. Lavora con governi, imprese e istituzioni internazionali, ma non è un organo politico né produce raccomandazioni operative vincolanti. La metodologia adottata nel rapporto sulla Groenlandia è esplicitamente esplorativa: gli scenari non indicano ciò che accadrà, ma ciò che potrebbe accadere se determinate decisioni venissero prese. Il valore del documento non sta nella previsione, ma nell’obbligo che impone: prendere sul serio possibilità che fino a poco tempo fa sembravano impensabili.

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti