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L'editoriale del direttore

Le destre europee in fuga da Trump scoprono che la politica M.a.g.a. somiglia molto a quella del M.e.n.g.a.

Claudio Cerasa

Meloni, Merz e tutti gli altri. Dodici mesi dopo l’arrivo alla Casa Bianca la deriva del presidente ha avuto un “effetto freno” sull’evoluzione estremista della destra antisistema. C'è chi ha marcato le distanze e chi contrasta il trumpismo con i fatti, più che con le parole. Anche all’interno della propria maggioranza di governo

Maga o Menga? A voi la scelta. A un anno esatto dall’arrivo alla Casa Bianca, ci sono molti conti che non tornano nel pallottoliere di Trump. Non torna il conto di ciò che Trump voleva fare con la Cina: la voleva rendere più debole, più isolata, più vulnerabile, e un anno dopo l’arrivo di Trump la Cina, oltre a non essere più isolata, è più vicina che mai a un rivale storico come l’India, grazie alle azioni di Trump. Non torna il conto di ciò che Trump voleva fare con la Russia: la voleva allontanare il più possibile dalla Cina, come è noto, e su questa base teorica i trumpiani hanno per molti mesi giustificato le sue azioni contro Zelensky – eh, signora mia, va capito Donald – e invece un anno dopo la Russia non è mai stata così lontana dall’occidente e così vicina alla Cina. Non torna il conto di ciò che Trump voleva fare con i dazi: li voleva usare per rendere l’America più centrale, per indebolire i paesi in surplus commerciale con l’America e per rafforzare il potere d’acquisto degli americani, ma al momento i dazi hanno avuto l’effetto opposto, hanno isolato l’America, costretto i partner colpiti dai dazi a esplorare mercati alternativi e non hanno avuto alcun effetto positivo sul potere d’acquisto degli americani.

Ma sul pallottoliere di Trump c’è un altro conto che non torna ed è un conto sorprendente e controintuitivo. Trump sperava di utilizzare la sua forza, il suo carisma, la sua ideologia per fare proseliti in giro per il mondo, per creare un’internazionale Maga. Ma dodici mesi dopo l’arrivo alla Casa Bianca, nonostante le apparenze, la verità è che le destre europee, destre di ogni colore, hanno scelto di prendere le distanze dalla destra modello Trump, nella consapevolezza che il modello Maga (Make America Great Again) applicato all’Europa ricorda molto la politica del Menga (Make European Not Great Again). E, nel giro di poco tempo, i fenomeni interessanti che sono maturati in giro per l’Europa, grazie alla politica del Menga, hanno assunto due profili diversi.

Il primo profilo, più di posizionamento, è quello che riguarda alcune destre estremiste. E da AfD fino a Farage, passando per Le Pen, negli ultimi mesi vi è stata una corsa a marcare le distanze da Trump. A volte per ragioni persino nobili (difendere la sovranità della Groenlandia). Altre volte per ragioni meno nobili (difendere il Venezuela “violato”). Ma ciò che conta è il posizionamento: un anno fa molte destre estremiste europee speravano di poter beneficiare dell’onda d’urto del trumpismo, oggi invece le destre estremiste che sentono il profumo della vittoria futura fanno di tutto per mostrarsi, pur nel loro estremismo, meno estremiste di Trump.

Il secondo profilo, più interessante della politica del Menga è quello che riguarda alcune destre che guidano due grandi paesi europei. L’effetto Trump, nel caso specifico, è stato dirompente sulla destra tedesca e su quella italiana, destre che si andranno tra l’altro a confrontare tra pochi giorni, venerdì, a Roma, con un incontro molto atteso tra Friedrich Merz e Giorgia Meloni. L’effetto in questione ha a che fare con un fenomeno interessante. Da un lato, la presenza di una destra, quella di Merz, che è diventata, almeno a parole, un argine potente all’isolazionismo autodistruttivo di Trump, ed è evidente che per Trump avere un avversario a destra, in Europa, è più doloroso che avere un avversario non di destra in Europa, come Macron, che su Trump, come Merz, picchia duro da tempo, ancora prima dei messaggini diffusi ieri da Trump.

Dall’altro lato, invece, vi è la presenza di una destra, quella di Meloni che, pur avendo in teoria alcuni punti in comune con l’agenda Trump – lotta contro il wokismo, pugno duro contro l’immigrazione illegale –, da tempo cerca di trovare una via per provare a contrastare il trumpismo con i fatti, più che con le parole, anche all’interno della propria maggioranza di governo (sull’Ucraina, per dire, ma anche sulla difesa della Groenlandia, primo vero terreno di scontro esplicito con Trump). Non sappiamo quale sarà il futuro dell’isola più grande del mondo, la Greenland che Trump già immagina, via intelligenza artificiale, di poter conquistare come se fosse una nuova Luna, anche se le parole usate ieri da Ursula von der Leyen, un’altra esponente della destra europea che contrasta la destra trumpiana, sono incoraggianti (“la nostra risposta sarà unita, inflessibile, proporzionale”). Sappiamo però che dopo un anno di trumpismo, in Europa, l’effetto politico prodotto è controintuitivo: la deriva di Trump ha avuto un “effetto freno” sull’evoluzione estremista della destra antisistema, ha costretto la destra più europeista a mettere in luce il proprio volto moderato, ha isolato per quanto possibile le destre nazionaliste come quella di Orbán, che al netto dei video di solidarietà dei leader di alcune destre europee è più isolato che mai, e ha contribuito a ricordare un concetto elementare: più il nazionalismo si diffonde nel mondo, più gli interessi nazionali dei paesi colpiti dalla furia del nazionalismo finiscono in difficoltà. Il Maga, in realtà, era un Menga per i paesi europei, e alla fine dei conti il trumpismo in Europa potrebbe far sballare il pallottoliere di Trump: i partiti su cui scommetteva si vergognano di lui, i suoi alleati teorici si allontanano dalla sua agenda, la destra europea piuttosto che emulare il trumpismo cerca un’alternativa e l’Europa che Trump voleva distruggere, anche grazie a Trump, è più forte di un anno fa. Maga o Menga? A voi la scelta.

 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.