Le forze di Damasco controllano Raqqa (foto LaPresse)

l'offensiva

In Siria i curdi sono sotto assedio

Luca Gambardella

Le Sdf ripiegano ovunque e pagano l’errore di non avere compreso che i tempi sono cambiati: al Sharaa è il nuovo favorito di Trump e sarà lui a fare da argine all’Isis. Storia di un  “tradimento” americano

Quando la colonna di blindati americani ha abbandonato Deir Hafer, per i generali curdi Rohilat Efrin e Ciya Kobane è stato finalmente chiaro che le forze curde erano rimaste da sole contro il governo di Damasco. Era venerdì sera e il vertice tra i membri del comando delle Forze democratiche siriane (Sdf) a guida curda e la delegazione degli Stati Uniti, che includeva un generale della Coalizione internazionale contro l’Isis, era fallito. Gli americani avevano consegnato un messaggio chiaro ai loro storici alleati nella guerra contro il terrorismo islamico: unitevi ad Ahmed al Sharaa, accettate le sue condizioni oppure non potremo più proteggervi. Mentre le forze di Damasco spingevano ai quattro angoli della cittadina situata ad alcune decine di chilometri a est di Aleppo, molto più a sud, nel palazzo presidenziale di Damasco, al Sharaa in abito scuro e a favore di telecamere aveva appena firmato un decreto storico, che riconosceva ai curdi diritti mai concessi prima e chiesti a gran voce da quasi un secolo: piena cittadinanza, riconoscimento del curdo come lingua nazionale da potere insegnare nelle scuole e del Nowruz, il Capodanno curdo, come festività nazionale. “Nostro popolo curdo, discendenti di Saladino, guardatevi dal credere alle affermazioni secondo cui noi vogliamo farvi del male. Per Dio, chiunque vi faccia del male è nostro avversario fino al Giorno del Giudizio. La vostra vita è la nostra vita. Noi cerchiamo solo il benessere del paese e del suo popolo, lo sviluppo, la ricostruzione e l’unità della nazione”, ha detto al Sharaa. Per i circa due milioni di curdi che vivono in Siria  è stata una giornata di festa. In alcune città, inclusa la capitale, migliaia di persone sono scese in strada per manifestare la propria gioia. Altrove, invece, si è deciso di imbracciare i fucili.  

Nemmeno due giorni dopo, domenica sera, l’annuncio di un cessate il fuoco siglato dal governo di Damasco e dalle Sdf sembrava potesse porre le basi per ulteriori colloqui. Nel frattempo, però, gli americani erano scomparsi, chiusi nelle loro basi dell’est. Con il nulla osta di Washington, le forze di al Sharaa hanno conquistato in poche ore strutture strategiche che fino ad allora erano rimaste sotto il controllo curdo: la base militare di Tabqa, la diga di Tishreen, i pozzi petroliferi dell’est, da quello di Omar a quello di Conoco. E i campi di detenzione dove sono trattenute migliaia di persone appartenenti allo Stato islamico, quello di al Hol, dove sono imprigionate 25 mila persone – soprattutto donne e bambini con meno di 12 anni – e quello di Roj, dove ne restano altre 2.500. “A causa dell’indifferenza internazionale riguardo alla questione dei terroristi dell’Isis e dell’incapacità della comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità nel gestire questo problema, le nostre forze sono costrette a ritirarsi dal campo di al Hol”, hanno fatto sapere ieri dalle Sdf. Questi campi sono gestiti da diverse forze, ma il grosso della sicurezza ricade da sempre sui curdi, che in questi giorni concitati hanno tentato di fare leva sul ruolo essenziale che hanno sempre ricoperto contro il terrorismo islamico per convincere gli americani a intervenire al loro fianco. “Non possiamo assicurare la sicurezza di questi centri di detenzione se l’aggressione del governo di Damasco continuerà”, aveva avvisato un comunicato – rimasto inascoltato dagli americani – diffuso dalle Sdf alla fine della settimana scorsa. Poi, lunedì, è arrivata l’avanzata delle forze di al Sharaa contro il campo di al Shaddadi, che detiene altre migliaia di combattenti dell’Isis. “Non lo controlliamo più”, ha confermato una nota delle Sdf che ha ricordato anche come la Coalizione internazionale abbia una base proprio ad al Shaddadi ma che nessuno sia uscito da lì per intervenire al fianco dei curdi. Da quel momento, è iniziata a circolare una grande quantità di materiale video e dichiarazioni ufficiali da una parte e dall’altra, con Damasco e i curdi che si sono scambiati l’accusa di avere liberato i detenuti. Ieri, le forze governative hanno detto di avere ricatturato 81 dei circa 120 miliziani dell’Isis fuggiti in collaborazione con le forze della Coalizione internazionale, cioè con gli americani. A riprova che il vento è cambiato e che il tentativo dei curdi di giocare la carta degli “unici alleati degli americani contro l’Isis” è ormai superato dagli eventi. Con la visita di al Sharaa a Washington lo scorso novembre e l’annuncio dell’adesione delle  forze di Damasco alla Coalizione internazionale contro lo Stato islamico, i curdi hanno perso la loro centralità agli occhi degli americani, i quali hanno sempre visto la sconfitta dell’Isis come una priorità. Da allora, oltre 30 operazioni anti terrorismo sono state condotte in modo congiunto da americani e forze siriane contro i terroristi islamici. Lo stesso al Sharaa vanta una collaborazione molto stretta con gli Stati Uniti sin da quando era ancora il leader di Hayat Tahrir al Sham, nel 2013, quando aiutava gli americani a intercettare e colpire gli obiettivi dello Stato islamico.

In poche ore le forze del presidente siriano hanno conquistato le città del nord-est. Dopo avere tagliato ogni via di comunicazione tra Ain al Arab, meglio nota come Kobane, e il resto dei territori controllati dalle Sdf, sono state prese Raqqa, la vecchia capitale dello Stato islamico, e poi Deir Ezzour, la provincia dell’est affacciata verso l’Iraq. Man mano che si ritiravano, le Sdf hanno distrutto i ponti sull’Eufrate per rallentare l’avanzata delle forze governative. In ogni città,  migliaia di residenti, soprattutto arabi, sono scesi in strada accogliendo i pick-up delle forze governative con giubilo e fuochi d’artificio, come se fosse quello il loro 8 dicembre, il giorno della caduta di Assad. D’altra parte, alcuni video pubblicati dalle Sdf mostrano però un trattamento  umiliante imposto dalle forze di Damasco nei confronti dei curdi catturati. “Il Rojava è sotto i miei piedi e sotto quelli di Abu Amsha”, dice in un video un combattente della brigata di Hama comandata da Mohammed al Jassem, nome di battaglia Abu Amsha, mentre inquadra un gruppo di prigionieri delle Sdf costretti ad annuire con la testa. “Però certo, i curdi sono nostri fratelli”, aggiunge con tono ironico.   

Per anni i curdi erano riusciti a conservare il controllo del nord-est della Siria che è una regione strategica, non solo perché è qui che si trova circa l’80 per cento delle risorse di idrocarburi del paese, ma anche perché chi controlla Deir Ezzour controlla la frontiera con l’Iraq. Il governo locale organizzato dall’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (Aanes) funzionava in modo molto accentrato ricadendo totalmente nelle mani dei quadri più alti dei curdi dell’Ypg, le Unità di protezione popolare che rispondono direttamente al gruppo terroristico del Pkk, il Partito del lavoratori del Kurdistan. Nonostante la regione fosse a maggioranza araba, nessuno di loro, nemmeno gli altri curdi che non facevano parte del Pkk, è mai stato coinvolto nell’amministrazione della provincia. La caduta di Assad aveva rinnovato le richieste degli abitanti sunniti di passare sotto il governo di al Sharaa, ma la repressione delle Sdf era stata dura, con almeno 800 dissidenti arabi arrestati, secondo i dati dell’ong Syrian Network for Human Rights. Secondo le Sdf, le proteste sarebbero invece state fomentate da Damasco che avrebbe pilotato la sollevazione dal basso coinvolgendo le tribù locali. A ogni modo, quando ormai era chiaro che al Sharaa aveva deciso un’azione di forza verso l’est, a partire dallo scorso fine settimana le tribù locali, in particolare quella dei Baggara, si sono ribellate, hanno preso il possesso dei palazzi del potere amministrativo, hanno distrutto ogni iconografia dedicata al capo del Pkk, Abdullah Ocalan, e hanno issato per la prima volta in questa provincia le bandiere della rivoluzione siriana. “Anche Bashar el Assad in passato aveva tentato di sobillare le tribù locali contro i curdi, ma senza successo”, spiega Wladimir van Wilgenburg, giornalista olandese e autore di due libri sui curdo-siriani. “La differenza fra ieri e oggi è che all’epoca al fianco dei curdi c’erano gli americani, oggi non più. La loro è stata un’alleanza di convenienza, gli Stati Uniti erano interessati solamente a sconfiggere l’Isis e hanno disatteso tutte le promesse di autonomia”.

La confusione su cosa stia esattamente accadendo tra le linee curde è sorprendente. Domenica il governo di Damasco ha fatto sapere che il cessate il fuoco era stato firmato anche dalle Sdf, che in effetti avevano confermato. Solo che il loro leader, Mazloum Abdi, sarebbe arrivato a Damasco solo lunedì, in gran segreto, per incontrare al Sharaa e ridiscutere i termini dell’accordo che aveva già siglato. Dopo cinque ore di faccia a faccia, l’incontro è fallito e Abdi è tornato a Hasakah, in tempo per assistere alla caduta anche dell’ultima grande città del nord-est, pure questa a maggioranza araba ma con un nutrita minoranza curda e cristiana, e ripiegare a Qamishli, dove invece vivono soprattutto curdi. La ricostruzione dell’incontro fra Abdi e al Sharaa è trapelata grazie a un’intervista rilasciata ieri dalla generalessa delle Sdf, Rohilat Efrin, che vi ha preso parte. Secondo la sua versione dei fatti, il testo del cessate il fuoco firmato da Abdi domenica scorsa era molto più duro della prima proposta di accordo che Damasco aveva presentato  il 4 gennaio scorso. In quella fase, i curdi erano ancora asserragliati ad Ashrafieh e Sheikh Maqsoud,  ad Aleppo, con il sostegno militare di alcuni irriducibili del vecchio regime assadista. Alle Sdf era stato proposto di integrare le loro tre divisioni nell’esercito siriano, conservando la propria struttura organizzativa autonoma. Quel documento è stato rigettato dai curdi, perché l’ala più oltranzista, quella delle Ypg, voleva invece un sistema federale, sia a livello militare sia amministrativo.

Incapace di tenerli a bada, Abdi si è piegato alla corrente massimalista dell’Ypg, ha rinunciato all’offerta di diventare viceministro della Difesa e ha deciso di continuare a combattere, perdendo tutto. Così, con il nuovo accordo di 14 punti   quello di al Sharaa è stato un prendere o lasciare: le Sdf erano di fatto disciolte  e i combattenti curdi dovevano essere integrati nelle forze nazionali individualmente, consegnando tutte le armi. “Una resa totale”, l’ha definita Efrin, che di fatto ha posto fine a 13 anni di autogoverno curdo – sebbene città simbolo  come Kobane, Hasakah e Qamishli manterranno uno statuto speciale anche in base alla nuova proposta di al Sharaa. 

Ma il dettaglio saliente raccontato dalla generalessa curda all’agenzia Rudaw è che all’incontro fra Abdi e al Sharaa era presente anche Tom Barrack, ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia e inviato speciale in Siria. Barrack è l’uomo di Trump in Siria, colui che fino a oggi ha sempre portato avanti la complessa mediazione fra alSharaa e le Sdf, ma anche con Israele riguardo agli sconfinamenti nel sud. Efrin ha accusato il rappresentante americano di non avere detto nulla in sostegno dei curdi durante l’incontro e di essersi rimangiato la promessa di una regione auto-amministrata dalle Sdf. Messa spalle al muro, la delegazione curda ha chiesto allora ad al Sharaa alcune ore di tempo per riflettere, ma il presidente avrebbe rifiutato visto che di fatto i curdi avevano già siglato l’accordo il giorno prima. “L’abbiamo fatto solo per evitare altro spargimento di sangue”, ha spiegato Efrin.

Mentre la Turchia ha definito l’offensiva di al Sharaa contro le Ypg “una lotta al terrore”,  nel resto della regione i curdi hanno promesso di scendere per le strade e manifestare contro l’aggressione ai loro compagni. Il leader militare del Pkk, Murat Karayilan, ricercato per terrorismo dagli Stati Uniti, si è rivolto direttamente al popolo del Rojava: “Ci avete insegnato così tanto con il vostro patriottismo, la vostra resistenza e il vostro spirito nazionale. A qualsiasi costo, non vi lasceremo mai soli”. Anche Ocalan è intervenuto e ha detto che l’aggressione in Siria “è un tentativo di sabotare il processo di pace in Turchia” in corso con il Pkk. E in Iraq i curdi hanno detto di volere sconfinare in Siria per combattere contro al Sharaa, sebbene solo una settimana fa Masoud Barzani, il leader del Partito democratico del Kurdistan iracheno, avesse promesso in una telefonata al presidente siriano il proprio impegno a garantire stabilità e cooperazione.

Se le mura continuano a stringersi attorno ai curdi, non si deve solamente all’oltranzismo di una loro frangia, ma anche a quello che è già passato come l’ennesimo “tradimento” degli americani. Dopo avere investito negli ultimi due anni nel consolidamento di al Sharaa, lunedì, Donald Trump gli ha telefonato per ribadire “l’importanza di una Siria unita e indipendente” e “della lotta comune contro l’Isis”. Un’ulteriore investitura da parte di Washington. Su X, Aaron Zelin, ricercatore del Washington Institute ed esperto di Siria ha sintetizzato così: “La gente sarà riluttante ad ammetterlo, ma al Sharaa ha superato in astuzia l’Isis, al Qaida, gli altri gruppi ribelli dell’opposizione, il regime di Assad, l’Iran, Hezbollah, la Russia e ora le Sdf”. 

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.