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L'editoriale del direttore

Viva l'Europa che reagisce a Trump

Claudio Cerasa

Le parole del presidente americano sulla Groenlandia non sono frutto di follia: sono una strategia coerente. Perché l’occidente per essere più forte deve imparare a marciare diviso e a non porgere più l’altra guancia (vale anche per l’Italia)

La postura molto minacciosa con cui Donald Trump sta seguendo l’evoluzione del dibattito attorno al futuro della Groenlandia ha avuto un effetto dirompente sugli equilibri dell’Europa, oltre che su quelli delle borse del Vecchio continente, ieri tutte in forte calo, e ha spinto i paesi europei a fare quello che Trump mai avrebbe immaginato di vedere: fine della strategia dell’altra guancia da porgere di fronte al bullismo del presidente americano, tentativo di trovare con urgenza delle chiavi per reagire di fronte a un alleato sempre meno alleato e mosse per esplicitare il proprio dissenso nei confronti dell’America verbalmente, direttamente, pirotecnicamente, non solo attraverso i retroscena. La Groenlandia, da questo punto di vista, è lo specchio perfetto di quello che l’Europa non può non essere dinanzi a Trump ma è anche lo specchio perfetto di altri fenomeni interessanti che riguardano anche l’Italia e in particolare il rapporto fra Trump e Meloni. La Groenlandia è lo specchio di quello che non riesce a non essere Trump quando parla d’Europa, e dopo aver definito l’Europa un continente popolato da “parassiti” non poteva che provare a trattare un paese direttamente collegato all’Europa come se fosse terra di conquista. Ma la Groenlandia è lo specchio anche di quello che non potrà mai essere l’America di Trump per l’Italia di Meloni: un alleato prezioso con cui costruire un futuro radioso.

A parole, Trump e Meloni potranno trovare tutte le volte che vogliono ragioni per individuare elementi di sintonia molto generici contro il wokismo, contro il politicamente corretto, contro l’immigrazione illegale. Ma nei fatti la postura minacciosa assunta da Trump sulla Groenlandia ha coinciso anche per Meloni con la fine della stagione dell’innocenza. Trump, sul fronte militare, sul fronte della difesa, sul fronte del commercio, sul fronte dell’economia e persino sul fronte dell’immigrazione è sempre di più un nemico degli interessi europei, e dunque anche di quelli italiani, e scegliere di non considerare Trump una minaccia significa non voler fare di tutto per proteggere gli interessi europei, e dunque quelli italiani. Le minacce alla Groenlandia hanno mostrato, nel giro di pochi giorni, molte cose importanti. Un’Europa che sa muoversi a due velocità, come ha dimostrato la lettera dei principali paesi europei contro Trump, Italia compresa: 8 gennaio 2026. Un’Europa che sa reagire anche militarmente alle minacce di Trump, come è stato con l’invio dei soldati in Groenlandia, di alcuni paesi europei della Nato, è simbolico, ma anche pratico: provate ad attaccare la Groenlandia mettendo a rischio la vita di un militare europeo.

Un’Europa in cui anche i paesi a metà strada tra l’Ue e Trump quando devono scegliere se difendere gli interessi americani o quelli europei scelgono di difendere quelli europei, come ha fatto Meloni criticando la scelta di Trump di fissare nuovi dazi per i paesi che hanno scelto di inviare soldati in Groenlandia. Trump odia l’Europa, la detesta, la considera sacrificabile, la vuole rendere più vulnerabile, considera la difesa dei suoi confini un tema che non riguarda l’America, considera la protezione dell’Europa dalla minaccia russa come un tema secondario nell’agenda delle priorità dell’occidente, considera il sostegno alle agenzie dell’Onu che aiutano l’Europa a governare l’immigrazione in Africa come una questione marginale per gli interessi americani, considera la forza commerciale dei paesi europei come una minaccia all’economia americana, considera la deindustrializzazione dell’Europa come un elemento di grande opportunità per l’America, considera la promozione dei partiti euroscettici in Europa come un dovere morale per l’Amministrazione americana e tutti questi elementi messi in fila sono lì a ricordare che la postura minacciosa di Trump, verso l’Europa, non è legata a un impazzimento improvviso, come potrebbe lasciare intendere la frase incredibile consegnata ieri dal presidente americano, “senza il Nobel per la Pace non mi sento più obbligato alla pace”, ma è frutto di una strategia precisa: rendere l’Europa più debole, più vulnerabile, più divisa, più esposta alle minacce esterne, esattamente come sogna Vladimir Putin. Mario Draghi, ex presidente del Consiglio, ha detto due giorni fa, ricevendo il premio Carlo Magno, che “l’Europa forse mai come ora ha avuto così tanti nemici, interni ed esterni e che solo diventando più uniti e più forti riusciremo a conservare la nostra Europa e i nostri valori per le generazioni future”. Draghi ha ragione, ma al suo ragionamento andrebbe aggiunto un tassello ulteriore: oggi difendere l’interesse europeo, e anche quello dei paesi membri, significa capire, come scritto ieri anche da Politico, che l’America di Trump non è più un partner commerciale affidabile, e ancor meno un alleato affidabile in termini di sicurezza, e capirlo fino in fondo significa accettare la possibilità che vi sia una frattura temporanea dell’occidente per salvarne i princìpi di lungo periodo.

Prima delle minacce alla Groenlandia, l’Europa ha scelto di adottare la politica dell’adulazione, dell’appeasement, delle coccole a Trump. Oggi, dopo le minacce di Trump, l’Europa sa con certezza che per difendere i propri territori (Groenlandia), per difendere i propri confini (Ucraina), per difendersi dall’immigrazione illegale (Africa), per difendere la propria economia (dazi), per difendere la sicurezza dei propri cittadini (da Putin) ci sono due strade possibili. La prima è quella di chi finge di non capire qual è la sfida esistenziale che pone Trump. La seconda è quella di chi comprende che per difendere i propri cittadini occorre fare i conti con la fine dell’età dell’innocenza e non escludere nessuna opzione per reagire alle minacce trumpiane. Senza Nobel, Trump non si sente obbligato a pensare alla pace. Senza America, invece, l’Europa non può più sentirsi libera di pensare che la difesa della sua sicurezza, del suo benessere, della sua pace possa dipendere da qualcun altro che non sia la stessa Europa. Tim Stanley, opinionista del Telegraph, giornale ultra conservatore, ha notato un punto importante. Oggi, di fronte a Trump, il vero problema è questo. Regno Unito ed Europa sono diventati culturalmente, economicamente e psicologicamente dipendenti dagli Stati Uniti per troppo tempo e finché non si emanciperanno davvero, resistere a Trump sarà impossibile. Non è un tema solo militare o economico. E’ un tema politico e forse persino psicologico. La vera crisi occidentale oggi nasce da qui: dall’incapacità di capire che l’occidente che piace a chi ama l’occidente per essere più forte, a volte, deve imparare anche a marciare diviso.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.