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Nazioni Unite

L'Onu condona l'Iran. Khamenei può permettersi un'eccidio grazie al silenzio dei nemici d'occidente

Giulio Meotti

Soltanto 5 su 87 funzionari che si occupano di diritti hanno condannato i massacri di manifestanti ad opera della repubblica islamica. I relatori sono rapidi quando c’è da attaccare le democrazie ma scompaiono sulla repressione di Teheran

Rahim Safavi, capo dei pasdaran iraniani alla fine degli anni Ottanta, lo aveva promesso: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”. E sembra che l’abbiano tagliata anche ai funzionari dell’Onu che si occupano di diritti umani. Il numero dei morti di Tiananmen (l’ultima e unica volta in cui il regime  cinese è stato sfidato dai propri cittadini) è stimato in diecimila. La sollevazione di Budapest nel 1956 fu pagata con tremila morti. In Iran in una settimana il regime ne ha uccisi fra dodicimila a ventimila (l’ultima stima è di 16.500 vittime). Eppure quel numero, per quanto approssimativo, galleggia in un silenzio grottesco. Eppure, secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione non governativa svizzera UN Watch, la maggior parte degli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani è rimasta in silenzio sulla violenta repressione delle proteste civili da parte della Repubblica Islamica. “E’ imperativo che le Nazioni Unite e tutti gli organismi competenti prendano decisioni urgenti per porre fine alla violenza: sanzioni mirate più severe, indagini internazionali indipendenti, meccanismi per la protezione dei civili e procedimenti giudiziari contro i responsabili di crimini di massa. L’inazione oggi equivale a complicità passiva”. Così sul Monde una serie di personalità culturali francesi, guidate dalla regista iraniana Marjane Satrapi. 

 
Su 87 responsabili delle “procedure speciali” dell’Onu, solo cinque hanno emesso una dichiarazione ufficiale di condanna della repressione iraniana. Pubblicata il 13 gennaio, due settimane e mezzo dopo l’inizio delle violenze, la dichiarazione è stata firmata dalla relatrice speciale sull’Iran Mai Sato, dal relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali Morris Tidball-Binz, dalla relatrice speciale sulla libertà di espressione Irene Khan, dalla relatrice speciale sulla libertà di riunione Gina Romero e dal relatore speciale per l’Afghanistan Richard Bennet. A parte questa dichiarazione ufficiale, zero. Il 7 gennaio, appena quattro giorni dopo l’arresto di  Maduro da parte delle forze americane, 19 esperti delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione ufficiale in cui “condannano fermamente” il blitz. Allo stesso modo, il 5 giugno 2020, meno di due settimane dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia in Minnesota, 27 esperti delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione che invitava il governo degli Stati Uniti ad “affrontare il razzismo sistemico nel sistema giudiziario penale”. Lo stesso schema su Israele. 

 

 


Il 19 settembre 2024, a due giorni dall’attacco mirato di Israele con i cercapersone contro gli uomini di Hezbollah in Libano, 22 esperti delle Nazioni Unite hanno condannato  Israele per quelle che hanno descritto come “terrificanti violazioni del diritto internazionale”. Il 29 maggio 2024, appena due giorni dopo che un attacco israeliano contro Hamas aveva innescato un incendio in tende civili nelle vicinanze, 52 esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto “un’azione internazionale decisa per porre fine allo spargimento di sangue a Gaza”. Il 3 ottobre 2025, 28 esperti delle Nazioni Unite, tra cui i relatori speciali sui diritti umani in Eritrea e Somalia, hanno firmato una dichiarazione critica al piano di pace di Trump per Gaza. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, in cinquanta hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano sia Hamas che Israele e attribuiscono la violenza all’“occupazione israeliana che dura da 56 anni”. Tra i firmatari figuravano anche detentori di mandati su cambiamenti climatici e situazioni nazionali come Cambogia, Eritrea e Iran, mandati privi di un nesso con il conflitto in Israele. Fra gli esperti delle Nazioni Unite che avrebbero dovuto parlare sull’Iran e non lo hanno fatto ci sono Mary Lawlor, relatrice speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani; Alice Jill Edwards, relatrice speciale sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti; Matthew Gillett del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria; Gabrielle Citroni del Gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate; Claudia Flores del Gruppo di lavoro sulla discriminazione contro le donne. Il regime degli ayatollah può permettersi un’eccidio di proporzioni storiche grazie anche al silenzio che si concede ai nemici dell’occidente. Essere antiamericano, antisraeliano e antiliberale è diventato il lasciapassare per commettere genocidi a credito. Intanto in Iran stanno ancora contando i morti.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.