Un soldato danese davanti al Quartier generale del Comando artico Congiunto a Nuuk (LaPresse) 

Prove di deterrenza europea sulla Groenlandia

David Carretta

L’Europa è andata a vedere il bluff di Trump. Sarà una nuova guerra di dazi (comunque negoziabili), ma la Casa Bianca non parla più di intervento militare in Groenlandia

Bruxelles. Donald Trump ha dichiarato guerra all’Europa. Il presidente americano sabato ha portato le relazioni transatlantiche al punto di rottura, annunciando sul suo social Truth l’imposizione di dazi contro la Danimarca e i paesi europei che hanno deciso di sostenerla inviando un piccolo contingente militare in Groenlandia. “Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia sono andati in Groenlandia, per scopi ignoti. Questa è una situazione molto pericolosa per la sicurezza, la protezione e la sopravvivenza del nostro pianeta”, ha scritto Trump con toni minacciosi. “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso”. Dal primo febbraio Trump imporrà dazi del 10 per cento nei loro confronti. “Il primo giugno 2026, il dazio aumenterà al 25 per cento. Questo dazio sarà dovuto e pagabile fino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”.  L’Unione europea e alcuni leader degli stati membri hanno reagito con tono grave, sollevando la possibilità di usare un bazooka economico contro gli Stati Uniti. Paradossalmente, la Danimarca e i suoi alleati europei potrebbero aver ottenuto un successo in termini di deterrenza, togliendo a Trump la “carta” dell’intervento militare in Groenlandia.

    

L’invio del piccolo contingente europeo per proteggere la Groenlandia è stato ridicolizzato da alcuni. Ma l’operazione condotta dalla Danimarca e i suoi alleati, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza dell’Artico, se possibile attraverso un’operazione Nato, ha destabilizzato Trump. Il presidente americano non è solo sorpreso, ma anche arrabbiato. Tuttavia, nel post carico di ostilità pubblicato sabato, è scomparso qualsiasi riferimento all’uso della forza militare o alle “buone o cattive” per accaparrarsi la Groenlandia. Mettendo sul terreno una forza multinazionale di membri della Nato – ma al di fuori dell’Alleanza atlantica, nella quale gli Stati Uniti hanno voce preponderante – la Danimarca ha alzato i costi di una potenziale annessione di Trump. Un conto è un blitz militare per occupare pacificamente Nuuk, un altro è dover sparare contro soldati di paesi Nato. Il Congresso americano di ribellerebbe. I militari potrebbero rifiutare un ordine considerato illegale. L’opinione pubblica americana potrebbe ribellarsi in un anno di metà mandato. 

“Il bluff di Trump su una possibile invasione militare degli Stati Uniti del gigantesco territorio artico è stato svelato dal dispiegamento della scorsa settimana di una manciata di truppe europee sull’isola”, ha scritto Mujtaba Rahman, direttore per l’Europa di Eurasia Group, citando le sue discussioni con funzionari francesi. La minaccia di una guerra commerciale “suggerisce che ha accettato che un’invasione militare in presenza di alleati della Nato – per quanto pochi – sarebbe inaccettabile per il Congresso e per il popolo americano”, ha aggiunto Rahman. Per quanto aggressivi e destabilizzanti, i dazi di Trump sono un prezzo relativamente basso per gli europei per preservare la loro sovranità e l’integrità territoriale della Danimarca. Tanto più che – nei fatti – è un prezzo che sarà pagato in gran parte dalle imprese e dai consumatori degli Stati Uniti.
 

Il prezzo da pagare per la sovranità
 

Al di là della retorica belligerante, il posto di Trump lascia anche spazio al negoziato. I dazi del 10 per cento si applicheranno dal primo febbraio. Di qui ad allora, Trump dovrebbe incontrare diversi leader europei al Forum economico mondiale di Davos. I dazi del 25 per cento dovrebbero scattare solo a giugno. C’è una finestra temporale per cercare di portare avanti quello che era il piano originale della Danimarca e dei suoi alleati: convincere Trump a rinunciare alle sue mire sulla Groenlandia, lasciandogli ampio spazio militare nel territorio all’interno di un’operazione della Nato e opportunità di investimento nelle risorse minerarie attraverso un accordo bilaterale.

Eppure, la questione del prezzo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea sono pronti a pagare per la loro sovranità rimane. La reazione alla dichiarazione di guerra commerciale di Trump è stata in ordine sparso. Sintomo che non c’è unanimità, sabato António Costa – il presidente del Consiglio europeo – e Ursula von der Leyen – la presidente della Commissione – hanno pubblicato una dichiarazione a loro nome, senza essere riusciti a raccogliere il consenso di tutti e ventisette. “I dazi minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero una pericolosa spirale al ribasso. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità”, hanno detto i due leader. Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha definito i dazi “un errore”, ma è anche parlato di “problema di comprensione e comunicazione” perché Trump ha letto l’invio di soldati in Groenlandia “in chiave antiamericana”.

  
Formalizzata la coalizione dei volenterosi

   
Con una dichiarazione congiunta ieri, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito hanno formalizzato la coalizione dei volenterosi per la Groenlandia. “Siamo pronti a impegnarci in un dialogo basato sui princìpi di sovranità e integrità territoriale”, hanno detto i paesi che hanno lanciato la missione. “La minaccia di dazi mina le relazioni e rischia una pericolosa spirale al ribasso. Continueremo a restare uniti e coordinati nella nostra risposta. Siamo impegnati a far rispettare la nostra sovranità”. La Francia ieri ha chiesto alla Commissione di attivare lo strumento anti coercizione dell’Ue, il bazooka che consente di imporre dazi ed escludere dal settore dei servizi le imprese di un paese terzo che usa strumenti economici per imporre i suoi obiettivi politici. L’Italia sembra scettica. “Credo che sia un errore imporre oggi nuove sanzioni. Credo che sia necessario riprendere il dialogo ed evitare un’escalation”, ha detto Meloni.

Lo strumento anti coercizione dell’Ue può essere potente. Consentirebbe all’Ue di fare del male sul piano economico a Trump. Non è il quasi monopolio della Cina sulle terre rare. Ma anche solo minacciarlo – avviando le procedure di indagine previsto dal suo regolamento anti coercizione – significa entrare in un rapporto di forza con Trump. Può essere usato alla maggioranza qualificata, senza richiedere l’unanimità dei ventisette. Società americane potrebbero essere bandite dal mercato dei servizi o dalle gare di appalto dell’Ue. Ursula von der Leyen e Friedrich Merz avranno il coraggio di farlo? 

La presidente della Commissione e il cancelliere tedesco hanno rifiutato di farlo. Quando Trump ha lanciato la sua prima guerra dei dazi nel marzo del 2025. I due hanno scelto la strategia della resa per preservare gli interessi economici della Germania, in particolare dell’industria automobilistica. Il calcolo si è rivelato profondamente sbagliato. La “stabilità e prevedibilità” e il “rafforzamento delle relazioni transatlantiche” che von der Leyen aveva promesso accettando dazi al 15 per cento per l’Ue in cambio di “dazi zero” per gli Stati Uniti non si sono concretizzati. La presidente della Commissione potrebbe imparare una lezione di deterrenza dai danesi. A volte, anche solo una piccola dimostrazione di forza, mette avversari onnipotenti con le spalle al muro.

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